VIAGGIO nell’anima dell’europa / 3

Nutrirsi d’eterno nella piccola abside di Negrentino

di Carlo Ossola

5' di lettura

Lasciamo la placida Loira per cercare l’Europa in zone più rade: il nostro continente è segnato da mari e oceani più che dai monti; e tuttavia Alpi, Pirenei e Carpazi, senza contare le “catena interne”, come gli Appennini, il Massif Central in Francia, la Cordigliera cantabrica e la Sierra Nevada in Spagna o i Monti scandinavi, determinano un’estesa geografia con condizioni di vita e di habitat assai diverse che non le pianure attraversate dalle autostrade o da ferrovie ad alta velocità. L’uomo da millenni le ha varcate, ne ha fatto sedi di leggende: basti pensare al mito di Roncisvalle e del paladino Orlando.

Quelle montagne le ha domate con tunnel sempre più lunghi (da poco quello del Gottardo, 2016, lungo 57 km), le ha carezzate con funivie, sciovie, scalate alle cime. Ne è stato spesso vittima.

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Ma come le abita l’uomo? I recenti terremoti dell’Aquila, Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto hanno mostrato la tenace capacità dell’uomo di inerpicarsi per valli e creste, di stabilire hameaux e borghi anche ad ore di cammino dal principale centro ove vi sia una scuola, una farmacia, un ufficio postale, un comune. Ma l’uomo non vi ha vissuto solo per sopravvivere, vi ha posto dimora e pensieri e arti.

Saliamo così, da Bellinzona, verso la valle di Blenio; ad Acquarossa si devia per Prugiasco, si lascia l’auto, si cercano le chiavi della chiesa in paese e si procede a piedi per l’irta mulattiera che porta al passo di Nara; via di scambio dunque tra Airolo e il Gottardo da una parte, e il Lucomagno e poi Coira dall’altro. Vie che le legioni romani conobbero, come – poco più a ovest – lo Julierpass. Sono mulattiere percorse per secoli da somieri, con i loro carichi; forse i montanari sostavano alla chiesa con un tozzo di pane e polenta; certo dovevano salire al valico ancora più in alto; di essi diceva ancora a fine secolo XVIII Gian Battista Roberti: «Qual barbarie per luridi pantani, per sabbie riarse, per certe montagne logorar le schiene di uomini fatti somieri!» (Lettera di un ufficiale portoghese ad un mercante inglese sopra il trattamento de’ Negri, 1786). E se il Roberti si riferiva soprattutto alle colonie, mi capita ancora di leggere, nello stesso periodo, Karl Viktor Bonstetten che osserva della Svizzera italiana di fine Settecento: «Chiesi a un onsernonese perché su strade tanto disagevoli non usassero degli asini. Mi rispose con tutta serietà che le donne erano ancora più a buon mercato, per poter essere usate in certi lavori; e oltretutto consumano meno» (Viaggio da Locarno in Onsernone, 1796).

Una curiosa immagine dell’incontro tra Carlo Ossola, intento ad ammirare lo sviluppo architettonico e Mario Botta, autore della riedificazione della chiesa distrutta di Mogno

Si arriva dunque alla Chiesa protoromanica di sant’Ambrogio vecchio (ora san Carlo Borromeo) a Negrentino. Ci accoglie nel vento un’architettura di absidiole e un campanile svettante al cielo; entrati dalla porticina, le pareti sono una festa di colori di tutte le epoche, dal tardobizantino al Rinascimento: Cristo in mandorla, apostoli, Natività, angeli e cavalieri , come se le varie generazioni e secoli del credere e del camminare avessero voluto la loro parete, il loro spazio, il loro racconto. Ma più commuovono le tracce bizantine, quasi un pittore – nelle ricorrenti furie iconoclaste dell’Oriente cristiano – fosse fuggito da Bisanzio, per venire a Castelseprio e a Negrentino, per lasciarvi il segno della sua arte, dei colori dell’eterno. Sono – come nei mosaici della navata di sant’Apollinare nuovo a Ravenna – mani protese alla supplica, al dono, mani gestanti l’eternità, così vicina. L’uomo non ha solo camminato, si è nutrito di eterno (intanto sulla panchetta davanti all’ingresso nel sole del tramonto una giovane madre, turista, dà il seno al piccolo e prolunga, in meglio, la mia chiosa).

Anche qui, in queste modeste pendici, si ritrova l’Oriente e Ravenna, e il romanico che trapunta le convalli d’Europa; ma si raccoglie anche il segno solidale delle comunità. Basta spostarsi di valle: ridiscendere a Locarno e risalire tutta la val Maggia per arrivare a Mogno. Lì una frana cancella, nel 1986, la chiesa di san Giovanni Battista risalente al 1636. Si dibatte, si vorrebbe la chiesa tal quale e proprio dov’era, si comincia la raccolta dei fondi. Poi arriva il progetto di Mario Botta , lo si discute nella piazza del borgo, e infine si edifica (1986-1996) uno dei capolavori dell’architettura contemporanea, un gioiello che appena spunta sopra le case, nella sua misurata perfezione di cilindro, trafitto, fasciato a spire, celeste.

L’alternanza delle fasce marmoree richiama il romanico pisano, che si contempla nella stessa inviolata luce, in Sardegna, a Santa Trinita di Saccargia: il bello non è fatto, in fondo, del respiro della solitudine?

Se posso prendere a prestito una formula dello stesso Mario Botta, questi piccoli nodi d’Europa sono un costante «territorio della memoria», come egli definisce il lavoro dell’architetto: «Da qui l’importanza di ripartire dalle lezioni di lunga data che ci vengono dalla città e dal paesaggio europei. Non vi è nulla di passatista nell’andare oggi a lezione dal passato. All’architetto calato nel processo interpretativo della realtà del proprio tempo, la velocità delle trasformazioni in atto suggerisce anzi di confrontarsi con i territori della memoria come struttura stessa del fatto progettuale. Purtroppo vale infatti l’equazione che la velocità delle trasformazioni è direttamente proporzionale all’oblio» (Un ritratto in sette idee).

E se, tra le arti contemporanee, è certo l’architettura che ha lasciato nelle società del mondo intero il segno più incisivo, sino a far rinascere città che sembravano morte come Bilbao, questo accade perché essa, nei suoi migliori Maestri, ha tratto forma dalla natura e dalla luce: «Nell’opera di architettura la luce genera lo spazio: senza luce non esiste spazio. La luce naturale dà corpo alle forme plastiche, modella le superfici dei materiali, controlla ed equilibra i tracciati geometrici. Lo spazio generato dalla luce è l’anima del fatto architettonico» (Mario Botta, Luce e gravità, da «Abitare», 2017). Non diversamente, ciò che regge l’inconfondibile bellezza di tante piccole città europee a misura d’uomo, è il convergere nella piazza delle principali funzioni pubbliche: la cattedrale, il palazzo dei priori, il mercato: la vita sociale, sacra e profana, lo scambio delle merci, del giudizio, della conversazione.

Così, da Negrentino e da Mogno molto si delinea del volto d’Europa, come nel Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994) di Mario Luzi: «Guizzò una luce d’angelo / sotto la volta che non c’era / o era / la fabbrica / di tutta la materia / intorno alla sua invisibile architrave».

A vederle accanto, quelle due chiese, mille anni di distanza, e pure così prossime, vorrei dedicare a Mario Botta questi altri versi di Luzi: «[Un canto] che lentissimamente si trasmuta / in chiarore celestiale, in squilla, / ultraluminosa guglia. / […] / Lo sa, lui, perfettamente, / è cavato dalla roccia / del suo convincimento quella sapienza» (In giorni di nubi).

Lo sa, ci lascia a un grotto tra il rombo del torrente, e già viaggia col suo sorriso verso una nuova fabbrica umana: «Alta, lei. Alta / sopra di sé. / Scavata / in che miniera / di luminosità / quell’altezza, dico, / che la eleva - / la alza vertiginosamente / e la spiomba su se medesima / a formare la basilica, / la nostra, lasciata / al putiferio della mortalità – e che pure, / e che pure mortale non ci sembra…» (Mario Luzi, Église).

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