in passerella

Nyfw, show sbiaditi (come il sistema)

La fashion week è apparsa fiacca, specchio della stanchezza generale del sistema. Fa eccezione Marc Jacobs

di Angelo Flaccavento


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(REUTERS)

2' di lettura

V ista da Milano, la fashion week newyorkese che si è conclusa mercoledì è apparsa alquanto fiacca e invero pallida: lo specchio di una stanchezza generale del sistema. Le righe che seguono sono state scritte in remoto: notazione importante perché una sfilata di moda appare completamente diversa dal vivo o in foto, o anche in streaming.

Ad esclusione della scorrazzata di Marc Jacobs tra perbenismi pastello anni sessanta e i suoi personali anni novanta, riproposti pari pari ma riletti con coreografia elettrizzata di Karole Armitage - e certo lí esserci avrebbe fatto la differenza - non è successo granchè.

Tom Ford, presidente del Cfda (la camera della moda americana), la sua visione di glamour pigro l’ha presentata a Los Angeles in concomitanza con i giorni degli Oscar, mettendo i propri commerci con lo star system davanti al far sistema, di fatto esautorando il fronte newyorkese, e questa certo è una notizia da valutare. Come è da riconoscere, in tutta franchezza, che New York mai ci ha davvero graziato con visioni di assoluta originalità. In un modo o nell'altro, quel che esce dalla Grande Mela echeggia, o proprio scimmiotta, formule note.

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I discepoli e gli epigoni di Phoebe Philo, ad esempio, non si contano: vanno dai capaci come Peter Do e Gabriela Hearst ai furbi che mescolano di tutto e lo servono con uno styling ad alto impatto come i Proenza Schouler, che nel mix mettono anche dosi liberali di Versace - Gianni, non Donatella.

Da Carolina Herrera, il pur brillante Wes Gordon propone volumi immensi e una eleganza piena di grazia che sono infatti la sigla di Pierpaolo Piccioli per Valentino. Lo fa con gusto e sensibilità, ma il debito è fin troppo evidente. Le sorelle Mulleavy, da Rodarte, inclinano verso una voluttà barocca che sa un po’ troppo di Dolce&Gabbana, mentre le gemelle Olsen di The Row, paladine di un iperlussuoso monachesimo vestimentario che è quanto di più wasp la moda americana proponga al momento, attualizzano un minimalismo molto italiano che va da Armani ad Agnona.

Michael Kors, l’incontro fra glamour e confort

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Certo, lo rendono desiderabile e lo servono con una concisione che va dritta al punto, ma il miracolo pare ben lontano dal realizzarsi. La scena è polarizzata tra il caos baraccone e sorprendente dei kid – i vari Vaquera, Area, Eckhaus Latta – e l’establishment che si ripete giocando sicuro, Michael Kors e lo stesso Jacobs. Dappertutto, messaggi inclusivi e politici. Però, manca la moda. La carovana da oggi si sposta a Londra.

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