Corte di Cassazione

Obbligo di mantenere il figlio 40enne all’università se ha ritardi di appredimento

Secondo la Corte, in un caso del genere, il ritardo negli studi non è dovuto a indolenza ma a una patologia che rende più difficoltoso il percorso

di Pietro Alessio Palumbo

(Nazzalbe - stock.adobe.com)

2' di lettura

Secondo le regole del Codice civile l’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli non cessa con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura immutato finché il genitore interessato alla dichiarazione della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica; ovvero che è stato posto nelle concrete condizioni per potere essere economicamente autosufficiente; ovvero che il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento di “inerzia” o addirittura di ingiustificato “rifiuto”. Lo ha ricordato la Cassazione con la sentenza n. 40283/2021 specificando che se il figlio quarantenne ha ritardi d'apprendimento i genitori devono comunque pagargli l’università.

L’obbligo di mantenimento

In particolare la cessazione dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti deve essere fondata su un accertamento di fatto che abbia riguardo all’età, all’effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica, all’impegno rivolto verso la ricerca di un’occupazione lavorativa, nonché alla complessiva condotta personale tenuta dal ragazzo, dal raggiungimento della maggiore età.

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Il caso

Nella vicenda affrontata dalla Corte con l'ordinanza n.40283 del 15 dicembre scorso, la Cassazione ha acclarato che la situazione del figlio della coppia coinvolta nei fatti, il quale privo di redditi al momento della pronuncia della sentenza aveva 35 anni ed era ancora iscritto all’università benché fosse quasi quattro anni fuori corso, aveva una spiegazione documentata da certificati medici che davano conto di un chiaro ritardo nell’apprendimento correlato a problemi insorti al momento della nascita. Problemi che avevano condizionato il percorso scolastico del “ragazzo” il quale si era infatti diplomato all’età di 24 anni.

La decisione

Ebbene secondo la Corte in tali casi il ritardo negli studi non può dirsi riconducibile a una “indolenza” del figlio, o al rifiuto di svolgere una prestazione lavorativa, quanto a una patologia che in tutta evidenza rende difficoltoso ciò che per altre persone non lo è. In tali situazioni permane l’obbligo di mantenimento del figlio da parte dei genitori.

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