Scelte strategiche

Obbligo scolastico a 18 anni. Ecco perché è il momento di farlo

di Innocenzo Cipolletta

3' di lettura

Qual è la politica che più di tutte favorisce i giovani? La risposta non è difficile: l’istruzione. Una buona istruzione è la misura che più aiuta i giovani a trovare un loro posto e un loro ruolo nelle nostre società. Ecco allora che la proposta, recentemente lanciata da Ricardo Franco Levi (sul Corriere del 24 marzo), di portare a 18 anni l’obbligo scolastico è la proposta più sensata per investire veramente sui giovani. C’è stato un tempo, il mio, che a 10 anni si faceva l’esame di Stato per la licenza elementare e poi ci si divideva fra quanti andavano ancora per tre anni alle professionali e quanti invece proseguivano gli studi. L’obbligo scolastico terminava a 14 anni. Poi è stato portato a 16 e lì si è fermato. È ora di andare avanti e il momento è proprio questo. Il rilancio dell’Italia, dopo la pandemia, si gioca soprattutto sulla capacità che avremo di rinforzare la capacità di crescita e di resistenza del Paese e delle persone perché siamo entrati un un’era in cui le crisi su succedono una all'altra in modo imprevedibile. Solo negli ultimi 20 anni abbiamo conosciuto ben tre crisi che possiamo chiamare “epocali”, ognuna diversa dall’altra: la crisi del terrorismo, con l’attentato dell’11 settembre 2001; la crisi finanziaria con il fallimento della Lehman Brothers nel 2008; la crisi della pandemia da Covid-19 nel 2020.

Se ogni crisi è stata diversa dalla precedente, tutte hanno finito per determinare cadute di reddito, incertezze per il futuro, riavvio su basi diverse da quelle che caratterizzavano l’epoca precedente. Come difendersi da queste crisi? La risposta ce l’ha data l’Europa con il lancio del Next Generation EU, ossia un piano di rilancio e resilienza volto a rafforzare le capacità di resistenza dei nostri Paesi, perché non sappiamo quale crisi potrà venire nel futuro, ma sappiamo che se i nostri Paesi e le nostre popolazioni sono forti, sapranno reagire anche alla prossima.

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Fra le tante cose da rafforzare c’è anche la capacità di tutti noi di saper reagire positivamente a eventi eccezionali. E questa capacità si rafforza solo con uno strumento: una maggiore istruzione. Persone istruite sanno reagire agli eventi perché sanno meglio adattarsi alle nuove sfide e alle nuove tecnologie che immancabilmente emergeranno dopo una crisi. Investire nell’istruzione diventa quindi importante perché la capacità di reazione di un Paese è funzione essenzialmente della capacità di reazione dei singoli. Per questo l’aumento dell’età scolastica rappresenta una strada necessaria.

E lo è per un Paese come il nostro, pieno di contraddizioni, dove il livello di istruzione è relativamente basso, gli abbandoni scolastici elevati, i laureati in numero esiguo, la disoccupazione giovanile è estesa e dove le imprese dichiarano di non trovare giovani con la preparazione e la disponibilità per molti lavori che pure sono richiesti. Tutte queste sono manifestazioni che dobbiamo ricentrare il nostro sistema scolastico per creare una maggiore istruzione, portare i giovani allo studio fino alla maggiore età, avvicinare le imprese al mondo dell’istruzione, stimolare un maggior numero di giovani a proseguire gli studi universitari. E lo dobbiamo e lo possiamo fare ora, anche perché siamo in presenza di un calo demografico importante che ridurrà il numero di giovani e, quindi, renderà necessario, oltre che meno oneroso, estendere la scuola d’obbligo a tutti fino a 18 anni in modo di avere una popolazione con un maggior livello di istruzione. Con un obbligo a 18 anni è possibile completare il processo di istruzione per i giovani fornendo a tutti un diploma che certifichi uno stesso numero di anni d’istruzione, come è giusto che sia senza discriminare a seconda della tipologia di studi che si è intrapresa. Si può immaginare anche un anno propedeutico per chi voglia affrontare l’istruzione universitaria e forme di specializzazione tecnica in collaborazione con le imprese che dovrebbero investire direttamente nella formazione se vogliono avere giovani pronti da immettere nelle aziende, piuttosto che constatare la carenza di vocazioni. L’estensione a 18 anni comporterebbe anche un aumento del numero di insegnanti e nuovi investimenti nel sistema scolastico. Tutto questo potrebbe benissimo far parte del PNRR e darebbe al nostro Paese e ai giovani un futuro migliore.

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