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Obesità, mini scosse al cervello riducono il desiderio di cibo

di Francesca Cerati


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(JPC-PROD - stock.adobe.com)

2' di lettura

Avete mai sentito parlare di stimolazione magnetica transcranica (dTms)? Questa tecnica non invasiva e non dolorosa, in cui il paziente indossa un caschetto leggero attraverso il quale si dà una sollecitazione elettromagnetica al cervello, dimostra di essere efficace e sicura anche nel trattamento dell’obesità.

La conferma arriva dal nuovo studio dei ricercatori del Policlinico San Donato, guidati da Livio Luzi, responsabile dell'area di Endocrinologia e Malattie metaboliche dell'ospedale e ordinario di Endocrinologia presso l'Università di Milano.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica “Diabetes, Obesity and Metabolism”, ha coinvolto circa 50 pazienti, di cui 33 sono seguiti per oltre un anno, e ha somministrato 15 sedute di stimolazione, tre volte alla settimana, per 5 settimane, riscontrando una perdita di peso e una riduzione dell'indice di massa corporea molto significative – in media dell'8,4% del peso corporeo iniziale. Quasi 9 chili separano i pazienti che si sono sottoposti a dTms dal gruppo di controllo, con effetti stabili nel corso dell'intero anno di follow up.

Lo stesso gruppo di ricerca aveva già riportato in diversi congressi internazionali sia l'efficacia della stimolazione magnetica transcranica profonda nel modificare i batteri intestinali, il cosiddetto “microbiota”, favorendo il calo ponderale nei soggetti obesi, sia la validità della stessa tecnica nel ridurre il desiderio impellente di mangiare – il cosiddetto food craving – grazie alla sua azione regolatoria sui meccanismi cerebrali coinvolti nella gratificazione associata all'assunzione di cibo.

«Sappiamo che la fame è regolata da fattori legati alle nostre scelte e al nostro metabolismo - spiega Luzi - ma sappiamo anche che nei comportamenti alimentari anomali sono implicate alcune disfunzioni nei circuiti cerebrali della ricompensa, modulati dalla dopamina. La dTms è già usata con buoni risultati in ambito neurologico per modulare il sistema dopaminergico in malattie neuropsichiatriche come la depressione maggiore e le dipendenze (da nicotina, alcool e cocaina) – la nostra ipotesi era che si potesse usare anche per ridurre il desiderio di cibo, supportando così le terapie comportamentali “classiche” per la perdita di peso, incentrate sull'attività fisica e la dieta».

«Il nuovo studio costituisce il punto di partenza di un approccio altamente innovativo, non farmacologico, non invasivo, a basso costo e ripetibile nel tempo per trattare le persone obese e, idealmente, in un futuro non lontano, anche per prevenire lo sviluppo dell'obesità nella fascia di età più a rischio, cioè gli adolescenti. Il nostro gruppo di ricerca è infatti impegnato a sperimentare anche altri tipi di stimolazione cerebrale ancora più agevoli da utilizzare – ad esempio micro-correnti elettriche – sempre volte a modulare, in modo non invasivo, i circuiti cerebrali coinvolti nella regolazione della fame sia metabolica sia voluttuaria” – conclude Luzi.

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