indagine Inco

Obeso il 13% degli italiani, la metà ha problemi di peso

di Barbara Gobbi

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4' di lettura

L'obesità è un'epidemia che affligge il 13% dei pazienti. A lanciare l'allarme su una malattia che in Italia starebbe decisamente dilagando è l'indagine presentata da Inco, Istituto nazionale per la chirurgia dell'obesità del Gruppo ospedaliero San Donato, che ha presentato i risultati di una ricerca condotta da GfK Italia. Inedito il taglio: lo studio mette infatti a confronto il punto di vista del medico – 201 i medici di medicina generale intervistati, con un'età media di 61 anni e una lunga esperienza professionale - e quello del paziente adulto obeso (320 i componenti il campione).

L'identikit
Il 4% dei pazienti sono obesi gravi, il restante 9% sono obesi, mentre resta invariato il dato della popolazione adulta in sovrappeso, stabile al 35%. Ciò significa – spiegano gli esperti di Inco - che oggi la metà circa degli italiani in età adulta è in eccesso ponderale, che aumenta con l'avanzare dell'età e ha un'incidenza significativa al Sud e nelle Isole. «È una patologia complessa e dai costi sociali sempre più elevati, troppe volte percepita come un inconveniente estetico e non come una malattia grave», spiega Alessandro Giovanelli, chirurgo e direttore di Inco.

Pazienti inconsapevoli dei danni alla salute
I pazienti attribuiscono la loro condizione a due fattori principali: da un lato l'ereditarietà (54% degli intervistati con Bmi 30) e dall'altro l'influenza di stimoli e modelli sociali (51% degli intervistati con Bmi 30) che favorirebbero stili alimentari scorretti. Solo una minima parte individua nella sedentarietà una delle possibili cause. Sul fronte della gestione quotidiana della patologia, i pazienti dichiarano che il disagio maggiore è innanzitutto di natura estetica (il 60% degli intervistati presenta Bmi 30), in particolare per gli obesi gravi (71% con Bmi 30).

A seguire, i pazienti segnalano le difficoltà dovute all'inefficienza fisica che limita anche i movimenti più banali e solo al terzo posto citano i problemi di salute, non riconoscendone la gravità. Eppure, in media un obeso è interessato da almeno tre patologie correlate: diabete, sindrome metabolica e malattie del sistema cardiocircolatorio sono le più frequenti, nonché le più gravi. I pazienti obesi inoltre ignorano di correre un rischio maggiore di sviluppare una patologia tumorale. Sembrerebbe quindi ancora lontana la consapevolezza di avere una patologia seria e complessa e ciò si riflette chiaramente sulla scelta della modalità di gestione della malattia.

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Troppo spesso diete fai-da-te
Più della metà dei pazienti obesi dichiara di aver fatto qualcosa per perdere peso, ma confessano altresì di essersi affidati in primo luogo a una dieta fai da te (51% del campione con Bmi≥ 30), e solo in un secondo momento a una dieta prescritta dallo specialista. Nonostante i rimedi adottati, i pazienti dichiarano di non aver raggiunto i risultati sperati e quindi di aver mancato l'obiettivo principale (solo l'11 % del campione con Bmi 30 è soddisfatto dei risultati ottenuti) che sostengono essere il miglioramento generale della qualità della vita.

In pochi casi scelta dell’approccio chirurgico
La scelta dell'approccio chirurgico per la terapia dell'obesità avviene ancora in pochissimi casi, nonostante i pazienti siano a conoscenza della possibilità di sottoporsi a un intervento di chirurgia bariatrica, con approcci chirurgici mirati. Diversi i fattori che incidono sulla scelta: determinanti sono il timore di imprevisti durante l'intervento ed eventuali effetti collaterali mentre, tra i motivi principali che potrebbero invece indurre i pazienti a sottoporsi a un intervento, ci sono la certezza del raggiungimento di benefici sullo stato di salute complessivo e la certezza di perdere peso.

Medici di famiglia in prima linea
Medici di famiglia in prima linea sulla dieta e ai primi passi sulla soluzione chirurgica. Sul fronte dei medici di medicina generale, la ricerca ha evidenziato che su una media di 1.390 pazienti seguiti, circa 200 sono pazienti obesi. Attraverso le loro risposte veniamo a sapere che anche per i medici, come per i pazienti, le principali cause dell'obesità severa vanno ricercate innanzitutto nei modelli e negli stimoli sociali che favoriscono stili alimentari scorretti (l'ha dichiarato l'86% dei medici intervistati), poi nell'ereditarietà e in terza battuta nella fragilità psicologica. L'approccio clinico alla patologia si concretizza innanzitutto con il prescrivere una dieta personalizzata e in secondo luogo nell'inviare il paziente a uno specialista. Il medico di medicina generale dichiara che il primo obiettivo è quello di controllare le malattie associate al sovrappeso, che rappresentano il vero pericolo per i loro pazienti obesi. Per raggiungere questo obiettivo, il curante prescrive innanzitutto una dieta accompagnata dall'attività fisica regolare (la consiglia il 54% del campione), in quanto ritiene essere la soluzione più efficace. Al secondo posto troviamo il trattamento chirurgico, anche se sono ancora una piccola percentuale i medici curanti che lo suggeriscono ai propri pazienti. I medici affermano di conoscere la chirurgia bariatrica, ma non approfonditamente e quindi di non sentirsi sicuri nel consigliarla in quanto non adeguatamente informati e preoccupati per le possibili controindicazioni. Dall'indagine però emerge anche il desiderio di ricevere maggiori informazioni sul trattamento chirurgico dell'obesità e sui centri di riferimento (il 92% è molto/abbastanza interessato a conoscere i centri di riferimento e la tipologia di interventi).

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