ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIL ministro: «TEMPI RIDOTTI A 4 MESI»

Migranti, obiettivo Tunisia: con il decreto Di Maio rimpatri più rapidi sul 30% degli sbarchi

Come funziona il decreto interministeriale illustrato alla Farnesina: la lista dei 13 “Paesi sicuri” può scoraggiare le partenze da quelle nazioni perchè le richieste d’asilo diventano più difficili da accogliere. Ma senza accordi bilaterali i rimpatri non sono possibili. Il provvedimento - firmato da Esteri, Interni e Giustizia - dovrebbe invece bruciare i tempi dei rimpatri in Tunisia, primo paese oggi per afflusso; 2.240 dall’inizio dell’anno, il 28% del totale sbarchi (dal Pakistan, a secondo posto, ne sono arrivati 922)

di Marco Ludovico

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Un migrante sbarca nel porto di Pozzallo (foto Ansa)

3' di lettura

La lista dei 13 «Paesi sicuri» dopo anni di discussioni tra la Farnesina e il Viminale è definitiva. Oggi, 4 ottobre, diventa ufficiale con la presentazione dei ministri Luigi Di Maio (Esteri) e Alfonso Bonafede (Giustizia) del decreto interministeriale, assente il terzo firmatario Luciana Lamorgese (Interno). «Con questo decreto, avendo un elenco di Paesi sicuri, si permette di dimezzare tutta la procedura» della protezione internazionale, ha spiegato Bonafede. Il provvedimento «ci permette di portare le misure per stabilire se un migrante può stare in Italia da due anni a 4 mesi», ha aggiunto Di Maio.

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«Paesi sicuri» significa che i migranti provenienti da quelle nazioni se richiedono la protezione internazionale devono dimostrare una persecuzione personale. In via generale, infatti, gli Stati inseriti nella lista sono stati considerati privi di condizioni di tortura, trattamenti inumani e degradanti, violenza indiscriminata in caso di conflitti armati.

Dall’Albania all’Ucraina
Il testo interministeriale – è degli Esteri “di concerto” con Interno e Giustizia – ha avuto un lungo parto perché applica una norma del primo decreto sicurezza dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Se ne discute, dunque, fin dallo scorso governo. Durante l’elaborazione ministeriale non sono mancate le discussioni, la lista all’inizio era più lunga e comprendeva, per esempio, l’Afghanistan, poi tolto. Il titolare della Farnesina nel governo Conte 1, Enzo Moavero Milanesi, certo non scalpitava per l’approvazione, dubbi e ripensamenti sono stati continui. Di Maio, approdato al Mae, ha voluto dare invece un segno tangibile della sua azione politica, così la procedura si è chiusa in breve. La lista comprende Albania, Algeria, Bosnia Erzegovina, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Senegal, Serbia, Tunisia e Ucraina.

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Tunisia, massima priorità
Incrociando i dati degli sbarchi del Viminale aggiornati a oggi con i paesi definiti “sicuri” si nota come il decreto riguarda la prima nazionalità oggi per sbarchi (Tunisia, 2.232 dal 1° gennaio 2019 al 4 ottobre) e la terza (Algeria, 780). L’obiettivo vero del provvedimento, non dichiarato ma possibile, è proprio la Tunisia: i suoi migranti verso l’Italia sono il 28% del totale. Un continuo di imbarcazioni con decine di naufraghi, ma anche molti cosiddetti “sbarchi fantasma”, piccole barche che approdano sulle coste italiane e a volte riescono a sfuggire ai controlli. A questo punto le intese già in atto con Tripoli andranno rilanciate.

Indispensabili gli accordi bilaterali
Con la Tunisia da tempo è in corso un patto per l’invio fino a due voli charter a settimana, per un massimo di 40 migranti per volo. Procedura tuttavia spesso disattesa; a volte non si riescono a raggiungere i numeri previsti, non mancano difficoltà perfino a reperire le compagnie disponibili. Adesso i tunisini richiedenti asilo dovranno dimostrare, appunto, atti personali di persecuzione; in ogni caso per gli sbarchi dai “Paesi sicuri” il decreto prevede una procedura accelerata per le commissioni e, in caso di diniego della domanda, secondo fonti del Viminale potrebbero bastare 45 giorni per rispedire in Tunisia i migranti. Per gli altri Stati della lista l’effetto di contenere i flussi potrà essere misurato dalla percezione della stretta decisa dall’Italia. E, soprattutto, dagli accordi bilaterali: se non ci sono, i rimpatri diventano molto problematici.

Dubbi nel Pd, l’ex prefetto Morcone: «Con Minniti stop alla lista»
Il decreto Di Maio sta suscitando dubbi e perplessità nel Partito Democratico. Si sollevano anche le organizzazioni non governative. Osserva Mario Morcone, ex capo di gabinetto del Viminale e oggi direttore del Cir, Consiglio italiano per i rifugiati: «Se ne è discusso per anni. Ma fino a Marco Minniti il tema dei Paesi Sicuri è sempre stato rifiutato al ministero dell’Interno. È a tutti gli effetti una restrizione inaccettabile dei diritti. E tutta da dimostrare, aggiungo, la sua efficacia». Spiega il prefetto: «Francia e Germania hanno già la lista ma fanno quasi lo stesso numero di rimpatri dell’Italia. Senza accordi bilaterali i rimpatri sono impossibili. E non vorrei, poi, che al momento dello sbarco si dicesse ai migranti di quei Paesi che non possono proprio fare la domanda: sarebbe molto grave». Secondo Morcone «stupisce l’esito politico evidente di questo decreto. Le associazioni non hanno insistito a chiedere l’abrogazione dei decreti Salvini. Ma vederne ora l’attuazione pratica lascia attoniti e amareggiati».

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