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Occhio a Brasile e Sudafrica dopo Argentina e Turchia

di Marzia Redaelli

(REUTERS)

2' di lettura

Turchia e Argentina sono diventate il simbolo della fragilità dei mercati emergenti.

Però un effetto domino su tutti i Paesi in via di sviluppo sembra escluso. Ognuno, infatti, ha caratteristiche economiche differenti, spesso anche all’interno della stessa area geografica. Il Messico è molto legato al ciclo statunitense, mentre il Brasile poggia sulle risorse naturali. La Corea è forte in tecnologia, mentre l’India dipende dalla manifattura, come una volta la Cina, che adesso sta diventando un bacino di sbocco, più che un produttore a basso costo.

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È vero che tutte le economie emergenti condividono la vulnerabilità alle crisi o a scossoni improvvisi dall’esterno, che possono facilmente destabilizzarli. Ma i virus più temuti hanno matrice globale e non regionale: «La crisi della Turchia - afferma Elke Speidel-Walz, capo economista dei mercati emergenti di Dws - è specifica del Paese. Ci sono alcuni grandi mercati emergenti come il Sudafrica o il Brasile che mostrano debolezze nei fondamentali dell’economia. Ma sono punti critici meno preoccupanti e su cui la politica economica sta già intervenendo. Tuttavia, lo scenario di una crisi dei Paesi emergenti a livello globale non si può escludere se dovessero intensificarsi le debolezze dei singoli Paesi e choc esterni come la guerra dei dazi, il dollaro e i tassi di interesse Usa più alti di quelli prezzati dal mercato».

Turchia e Argentina, dove il deficit supera il 3% del Pil (come si vede nel grafico in alto), stanno sperimentando la fuga dei capitali esteri. I focolai della crisi incominciano a spargersi per il globo (è dei giorni scorsi la notizia di un balzo dell’inflazione nelle Filippine); ma è delle economie in grado di contagiare i Paesi partner con la febbre da deficit, da debito pubblico, da recessione o «solo» da mercati finanziari che si deve avere timore. La tensione si fa sentire in Brasile, che ha un debito- fardello, e in Sudafrica, appesantito dal fabbisogno corrente. Da inizio anno le valute dei due stati si sono deprezzate tantissimo contro il dollaro, con conseguenze per le imprese che si finanziano nella divisa Usa, mentre le vendite delle obbligazioni a dieci anni hanno aumentato i rendimenti del 22% per il Brasile e del 7,4% per il Sudafrica, a danno dei conti pubblici.

L’epidemia non si espande facilmente oltre le frontiere geografiche; piuttosto, attraverso i legami di mercato: «Le connessioni - conclude Speidel-Walz - sono meno pronunciate in America latina e nell’Est Europa, di più in Asia. L’Argentina è nel mezzo della crisi e in Brasile, il Paese più grande in Sud America, il debito è salito del 10% dal 2015 al 2017 e l’incertezza domina in vista di elezioni in un panorama politico frammentato dalla corruzione. Il rischio è che i mercati scontino il rinvio ulteriore delle riforme necessarie.Il Sudafrica è un altro Paese sotto pressione, per via della debolezza economica e degli ostacoli alle misure riformiste».

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