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Occhio alle criptovalute, il monito dell’Uif

di Rossella Bocciarelli

(Afp)

2' di lettura

Occhio alle criptovalute, che «si prestano anche a utilizzi illeciti o criminali, oltre ad esporre gli utenti a notevoli rischi di frode e perdite di valore». E poi potrebbe essere proprio questa, accanto all'uso del contante e all'utilizzo dei paradisi fiscali, la nuova autostrada utilizzata dalla criminalità organizzata per «il reinserimento dei proventi illeciti nell'economia regolamentata».
Il monito viene dal direttore della Uif, Claudio Clemente, che ha presentato, presso la Banca d'Italia, il rapporto 2017 dell'Unità di intelligence finanziaria italiana. È importante che l'economia digitale non diventi una zona franca, ha rimarcato Clemente, secondo il quale la rule of law su questo terreno è nell'interesse della clientela ma anche in quello degli operatori dei nuovi mercati, che debbono conquistare e mantenere reputazione e credibilità.
Questo non significa disegnare regole apparentemente stringenti ma di fatto inapplicabili e, oltretutto, facilmente aggirabili attraverso arbitraggi normativi fra i diversi stati. Tuttavia ha fatto bene il legislatore italiano, anticipando le indicazioni della quinta direttiva antiriciclaggio, a introdurre una prima forma di regolamentazione degli operatori che offrono servizi relativi alle valute virtuali.

Secondo i dati Uif, infatti, nel 2017 vi sono state 200 segnalazioni di operazioni sospette riferite all'utilizzo di criptovalute e ne sono state riscontrate circa 600 negli ultimi anni. Ci sono casi in cui chi segnala sembra mosso soltanto dall'intrinseca opacità dello strumento–moneta virtuale. Ma vi sono anche molti casi in cui risultano chiaramente individuate le connessioni con estorsioni on line, truffe e schemi finanziari piramidali. In alcuni di questi, il ricorso alla moneta virtuale fa parte di azioni molto più complesse che prevedono, spiega l'Uif «utilizzo di fondi pubblici, probabili collegamenti con la criminalità organizzata o connessioni con paradisi fiscali». E in diversi casi emerge la presenza di collettori che ricevono i fondi destinati alla conversione in valute virtuali tramite bonifici all'estero o con ricariche di carte prepagate o altre operazioni che prese singolarmente hanno un importo limitato.

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Naturalmente, sul piano numerico le 200 segnalazioni di operazioni sospette in criptovalute sono poca cosa di fronte alle 93.820 segnalazioni complessivamente pervenute lo scorso anno all'Uif. Al netto dell'effetto “voluntary disclosure” verificatosi nell'esercizio precedente l'incremento delle segnalazioni nel complesso è stato del 9,7 per cento e si tratta dell'aumento più elevato ne triennio. Quanto al 2018, le 50 mila segnalazioni arrivate nel primo semestre confermano questa tendenza in crescita, che testimonia lo sviluppo di una progressiva e significativa cultura antiriciclaggio. In ogni caso non mancano i margini di miglioramento, che secondo l'Uif sono da ricercare soprattutto sul terreno della Pubblica amministrazione. Quest'ultima, in base alla nuova normativa antiriciclaggio non è più compresa fra i soggetti obbligati a comunicare tutte le operazioni sospette. Ma p l'Uif ha registrato negli scorsi mesi «una crescente disponibilità da parte di organismi deputati alla gestione di contributi pubblici, di taluni Comuni e Regioni soprattutto del Nord Italia» sull'opportunità di un maggior impegno di collaborazioni per la prevenzione del riciclaggio «anche come forma di tutela dell'economia del territorio rispetto alle infiltrazioni criminali».

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