STUDIO FEDERCASALINGHE

Occupazione femminile penalizzata più dalla maternità che dal Covid

La conclusione di un’indagine svolta dalla Fondazione Leone Moressa: uno sconto pensionistico per ogni figlio avuto renderebbe più paritaria la situazione tra i generi

di Andrea Carli

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(foto Ipp)

3' di lettura

A dicembre 2020 il tasso di occupazione femminile è sceso a 48,6 perdendo 1,4 punti percentuali. Quello maschile ha perso invece 0,4 punti percentuali (67,5). La pandemia Covid, sottolinea uno studio elaborato dalla Fondazione Leone Moressa per Federcasalinghe, sta rallentando soprattutto l'occupazione femminile, già notevolmente inferiore agli standard europei. Per l'occupazione femminile italiana, rileva il report, il problema non è solo il Coronavirus. Il vero nodo è la mancanza di un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro. Infatti, la disparità tra le donne occupate e gli uomini occupati va oltre la pandemia.

SITUAZIONE OCCUPAZIONALE PER GENERE
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Il confronto tra uomini e donne

L'analisi dello stato di occupazione per tipologia familiare mette in evidenza i comportamenti diversi tra uomini e donne a livello lavorativo in caso di figli. Le donne occupate con figli che vivono in coppia sono solo il 53,5%, contro l'83,5% degli uomini a pari condizioni. La situazione occupazionale si avvicina molto tra i due generi in caso di single, in cui i tassi di occupazione sono rispettivamente 76,7% per maschi e 69,8% per le femmine. Rispetto a un anno fa la situazione è peggiorata soprattutto per la componente femminile. In Italia, mette in evidenza lo studio, l'arrivo di un figlio incentiva l'occupazione maschile, mentre fa crollare l'occupazione femminile. Non è così nel resto d'Europa. Negli altri paesi europei, la nascita di un figlio non frena l'occupazione femminile, anzi incentiva la presenza di servizi legati alla gestione della maternità, creando un volano di crescita economica.

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INDIVIDUI PER RUOLO IN FAMIGLIA E TASSO DI OCCUPAZIONE
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La proposta: uno sconto pensionistico per ogni figlio

La strada indicata dalllo studio è dunque quella di rendere la maternità un beneficio, piuttosto che un ostacolo per l'occupazione. Dopo la riforma pensionistica del 2011, rileva il report, sono state abolite le differenze tra uomo e donna in termini di pensione e sono poche le donne che raggiungono la pensione per anzianità lavorativa. Inoltre l'importo pensionistico delle donne è nettamente inferiore a quello maschile. Se dare a tutte le donne un vantaggio pensionistico poteva essere ingiustificato, è innegabile che la storia lavorativa delle donne ha buchi previdenziali e retribuzioni minori dovute al lavoro di cura. Di qui, la proposta: uno sconto pensionistico per ogni figlio avuto renderebbe più paritaria la situazione tra i generi. Da questo sconto pensionistico non devono essere escluse le casalinghe, per incentivarle a tornare nel mercato del lavoro e soprattutto in quello “formale”.

Il costo della “Quota mamma per tutte”

Ma quanto costerebbe allo Stato questa proposta? Il contributo medio annuale di una lavoratrice è pari a circa 6.100 € annui. “Quota mamma per tutte”, così è battezzata la formula, varia in base al numero di figli: considerando la distribuzione per figli dei 12 milioni di mamme italiane e l'importo del bonus, è possibile riportare un contributo medio di 10 mila euro pro-capite. Si arriva in questo modo a stimare un costo annuo di circa 500 milioni. Oggi per accedere alla pensione di vecchiaia sono necessari 67 anni di età e 20 anni di contributi, quindi con un bonus di 10 mila euro di contributi (media bonus in base al numero di figli) lo Stato riceverebbe almeno 200 mila euro di contributi dalla “nuova” occupata. Queste nuove occupate avrebbero bisogno di nuovi servizi e quindi genererebbero nuova occupazione, innescando un volano economico positivo; il lavoro femminile crea il bisogno di altri lavori legati ai servizi (ad esempio lavanderie, ristoranti, baby sitter) generando nuovi posti di lavoro che a loro volta utilizzerebbero nuovi servizi.

Gli effetti sull’occupazione femminile

Per quantificare l'effetto di una crescita occupazionale femminile, lo studio considera di far rientrare nel mondo del lavoro solo le lavoratrici potenziali dai 25 ai 54 anni (circa 1,3 milioni di donne). Si tratta di quelle donne che non hanno un lavoro retribuito scoraggiate che non cercano più lavoro perché non ritengono di trovarlo o di quelle donne che non sono immediatamente disponibili a lavorare. La crescita del tasso di attività femminile sarebbe immediata e passerebbe dal 66% al 77%. Ipotizzando che tutte le lavoratrici potenziali trovino lavoro, anche il tasso di occupazione complessivo aumenterebbe di oltre 10 punti, portandoci vicino alle performance europee.

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