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Occupazione a rischio nel settore automotive

di Pier Luigi del Viscovo

2' di lettura

C’

è una bolla occupazionale nell’industria europea dell’auto, che tra Covid, multe, guerra e transizione ecologica ha perso oltre un terzo della sua produzione? Nel 2019 si producevano oltre 15 milioni di macchine, occupando 12,8 milioni di addetti tra diretti e indiretti. Nel 2021 la produzione è scesa sotto i dieci milioni e quest’anno va anche peggio. Sono dati ACEA, l’associazione dei costruttori, che però stranamente non riporta numeri recenti sull’occupazione.

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Quando in Europa i costruttori pompavano macchine peggio di una locomotiva a vapore, non è che ignorassero che a venderne meno avrebbero guadagnato di più. Semplicemente, sapevano che i governi della socialdemocratica Europa non avrebbero mai acconsentito alla riduzione degli addetti.

Del resto, per decenni il faro gestionale è stata l’economia di scala: alti volumi portavano a costi competitivi, grazie a una curva di apprendimento più veloce e grazie al potere negoziale verso i mercati di sbocco e verso i fornitori. Tanto che la supply-chain puntava a ottenere da questi il servizio più costoso al costo più basso. Il loro livello di felicità è stato poi ben espresso nella crisi dei chip, quando hanno messo i costruttori di auto in fondo alla fila. A questa strategia si deve l’ingresso di tanti brand nei segmenti di volume, quelli delle utilitarie cittadine, nonostante i bassi margini unitari. Oggi ne stanno uscendo. Per anni qualcuno ha provato a dirgli che forse era il caso di guardare al valore, ai margini più che ai volumi. Solo che non ci sentivano, non ci potevano sentire. Nemmeno quando la Commissione Europea ha imposto con le multe un prodotto diverso da quello che il mercato chiede i costruttori hanno trovato il coraggio di alzare la voce, per spiegare che così avrebbero venduto meno auto con ovvie ricadute occupazionali.

Poi è arrivato il Covid seguito dalla crisi dei componenti, imponendo di fatto un taglio alla produzione. Immediatamente le supply-chain sono state voltate all’efficacia, per garantire la sicurezza delle forniture. Un’auto non può ricevere pezzi da decine di Paesi diversi, non ora che la realtà ha sfatato la favola del villaggio globale. I bassi volumi hanno consentito prezzi e margini mai visti prima, permettendo di chiudere bilanci stellari anche grazie allo svuotamento degli stock di usato. Certo, meno produzione significa meno addetti, ma finora i Governi hanno offerto ammortizzatori. La domanda è: quanto a lungo dureranno? Il tempo può rendere morbide le uscite e disinnescare le tensioni, ma resta il fatto che alcuni milioni di posti di lavoro scomparirebbero. Per sempre. Se fosse per mancanza di domanda, toccherebbe accettarlo. Ma qui è la politica che ha messo l’industria fuori mercato.

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