interim economic outlook

Ocse, l'esito del voto non allarma, ma nessun dietrofront su riforme

di Giuliana Licini

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4' di lettura

«Il nostro messaggio a chiunque formerà il nuovo Governo in Italia sarà quello di non fermare il processo di riforma e soprattutto di non eliminare le riforme che sono state fatte fino ad ora. E’ una questione di crescita, di costi e di equità sociale, anche tra generazioni». Mauro Pisu, il capo del Desk Italia all’Ocse, commenta l’approccio di politica economica dei partiti usciti vincitori dalle urne del 4 marzo. Un approccio basato anche su «promesse mirabolanti». L’Ocse è critica sia sulla ‘flat-tax’ cara al centro-destra, che sul ‘reddito di cittadinanza’ proposto dal Movimento 5S, come pure sulle intenzioni di abolire le riforme degli ultimi anni, ventilate da entrambi gli schieramenti. Tutte proposte che non fanno nulla per risolvere i problemi strutturali del Paese e rafforzare la crescita di lungo periodo dell’Italia, ma che potrebbero avere ricadute pesanti sul deficit e sul debito, la «grande vulnerabilità» della Penisola. La crescita dell’Italia resta una delle più basse tra i Paesi industrializzati (+1,5% nel 2018 e +1,3% nel 2019 contro l’oltre 2% dell’Eurozona e il +3,9% mondiale) e rischia di appiattirsi in assenza di altre riforme.

Al tempo stesso nella sede parigina dell’Organizzazione – dove oggi è stato presentato l’Interim Economic Outlook – non c’è allarme. «Nel breve termine queste elezioni non presentano un rischio per l’Italia e l’Europa. Un cambio di governo fa parte del processo democratico e il voto va rispettato. La situazione è complessa a causa della mancanza di una chiara maggioranza, ma non allarma», spiega Pisu in un colloquio con Radiocor Plus. Il primo nodo a venire al pettine è quello dei proclami elettorali, con il preambolo che l’Ocse «ha un’opinione positiva delle riforme fatte finora», il Jobs Act, la riforma Fornero, Industria 4.0 e anche la Buona Scuola. In particolare “il Jobs Act, accompagnato dalla decontribuzione e il piano Industria 4.0 sono stati importanti per far ripartire l’economia italiana. Abbiamo visto programmi che promettono l’eliminazione del Jobs Act. Ma per rimpiazzarlo con cosa? Per tornare indietro? Oppure si vuole l’abolizione della Buona Scuola. Ma qual è la riforma alternativa? La scuola italiana ha problemi, la riforma cerca di risolverli, possiamo migliorarla, ma cancellarla non è una proposta alternativa”, sottolinea l’economista. Quanto a cancellare la legge Fornero sulle pensioni, non solo sarebbe un problema di sostenibilità del sistema previdenziale, ma sarebbe anche dannoso nei rapporti tra generazioni. «La riforma Fornero ha avuto un impatto positivo sui conti pubblici, certo è stata introdotta in modo drastico, ma allora era necessario. Abolirla avrebbe un impatto negativo nelle relazioni inter-generazionali, perché equivarrebbe a un trasferimento di risorse dalle persone più giovani, i più demuniti e tra i quali il tasso di povertà è elevato a persone di età più avanzata, tra i quali il tasso di povertà è basso», rileva Pisu. Meglio sarebbe usare le risorse per un taglio dei contributi sociali, come nel 2015, che «favorirebbe il lavoro, soprattutto dei giovani e renderebbe anche più sostenibile il sistema pensionistico nel lungo termine».

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Arduo trovare risorse per il reddito di cittadinanza
Quanto al ‘reddito di cittadinanza’, si tratta – dice l’economista - di una «definizione fuorviante. Da quello che ho letto dovrebbe essere ristretto alle sole persone in cerca di lavoro. Se si va a guardare, non è molto lontano nello spirito dal reddito di inclusione del precedente Governo. E’ però ‘rafforzato'». La differenza sta nella platea dei beneficiari, più ampia e nell’assegno medio, più elevato. «La proposta di ampliare i beneficiari a tutte le persone in cerca di lavoro e prive di altri aiuti sociali è benvenuta, ma la proposta di portare l’assegno a 700 euro, come uno stipendio basso, farebbe lievitare i costi notevolmente, 17 miliardi di euro l’anno. Tutti gli anni. Trovare tali risorse non sarà facile», dice l’economista.

Flat Tax favorisce gli abbienti
Quanto alla ‘flat tax’, «è una misura estremamente drastica che pone diversi problemi. Il primo e più immediato è quello di coprire la diminuzione di gettito fiscale che si avrebbe e non è chiaro come sarebbe affrontato. Il secondo problema è di equità. A beneficiarne sarebbero le persone con un reddito superiore alla media, che godrebbero di una diminuzione dell’aliquota di tassazione di 10-15 punti percentuali, mentre le altre fasce di reddito pagherebbero come prima. Ci sono modi migliori per stimolare la crescita economica senza rinunciare al gettito fiscale». Anche perché, «non c’è nessuna evidenza empirica che l’economia sommersa emerga con la ‘flat tax’». Insomma, gli evasori restano tali. Piuttosto, in campagna elettorale si è parlato ben poco di lotta all’evasione, rileva Pisu. No anche a condoni di qualsiasi tipo, che minano la fiducia dei cittadini verso lo Stato e «sono un vero oltraggio per chi rispetta le regole». Per l’Ocse una politica che miri ad accelerare la crescita deve avere basi ben diverse. «Bisognerebbe fare una politica espansiva per eliminare o risolvere i problemi strutturali dell’Italia, non per generare una crescita economica da un anno all’altro che aumenterebbe deficit e debito, senza però aumentare la crescita nel lungo periodo», spiega Pisu. Il tema centrale resta quello della scarsa produttività, legato al disallineamento delle competenze (“tra i piú elevati dell’Ocse”) e quindi al sotto-utilizzo del capitale umano, così come la diminuzione del capitale produttivo degli ultimi anni o gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo. Non affrontare questi nodi comporta il rischio di un rallentamento del Pil: «adesso c'è ripresa ciclica, ma nel medio termine la crescita economica dell'Italia – è l’ammonimento - potrebbe tornare verso la crescita potenziale, che è bassa». Per la cronaca la crescita potenziale tedesca è dell’1,5% per anno contro l’esiguo 0,5% dell’Italia.

(Il Sole 24 Ore Radiocor)

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