parla il responsabile del desk Italia

Ocse, «incertezza e controriforma pensioni non inducono all'ottimismo»

di Giuliana Licini


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3' di lettura

Un 2018 a rischio di un'altra frenata e un 2019 con l’incognita delle decisioni che il Governo si appresta a prendere. In una parola: incertezza, con indizi quali la gelata della produzione industriale di luglio o la ‘contro-riforma’ delle pensioni che non inducono all’ottimismo sul passo della crescita in Italia. Mauro Pisu, l’economista che guida il desk Italia all’Ocse, spiega i motivi della revisione delle stime del Pil dell’Italia all’1,2% (-0,2 punti rispetto alle previsioni di maggio) per il 2018 e della conferma a +1,1% per il 2019. Nell’Interim Economic Outlook «abbiamo rivisto il 2018 perché la crescita nel secondo trimestre è stata sotto le attese, con un effetto di trascinamento fino a fine anno e nel 2019. Ora prevediamo l’1,2%, assumendo che la crescita si riprenda nel terzo e quarto trimestre, ma i dati di luglio della produzione industriale non sono buoni, sono in forte calo», indica Pisu. E «se il rallentamento dovesse continuare, anche l’1,2% diventa ottimistico». Ad «incepparsi in maniera notevole» sono stati i consumi privati in un contesto che vede da un lato i salari del settore privato fermi e l’inflazione che riparte, dall’altro una maggiore propensione ai «risparmi precauzionali». Il fatto che «ci sia incertezza, che non si sappia bene quali saranno le politiche del Governo per l’anno prossimo, aggiunto al fatto che ancora una volta la maggior parte dei nuovi posti di lavoro sono a tempo determinato, fanno sì che le famiglie aumentino i risparmi precauzionali. E’ un’incertezza personale, economica e politica». Il secondo motivo della minore crescita è il rallentamento delle esportazioni causato dalla diminuzione della domanda estera.
La controriforma delle pensioni danneggerà i giovani
Le importazioni stanno, invece, continuando a crescere, perché sono legate agli investimenti, che continuano «fortunatamente» ad aumentare grazie agli incentivi del piano Industria 4.0. Questo fa sì che l’impatto delle esportazioni nette (export meno import) sulla crescita sia negativo per il secondo trimestre consecutivo. Per il 2019 l’Ocse parte dal presupposto che il Governo non farà scattare la clausola sull’aumento dell’Iva che era stata invece inclusa nelle precedenti previsioni e che avrebbe inciso sulla crescita per -0,2 punti. Alla stessa percentuale, d’altro canto, ammonta l’impatto negativo del rallentamento dell’economia. I due effetti si compensano e le stime sono così rimaste le stesse. Le previsioni 2019, puntualizza Pisu, «non incorporano nessuna delle misure che il Governo sta discutendo - flat tax, reddito di cittadinanza, superamento della legge Fornero e così via - perché non ci sono dati sufficienti per poterli includere in maniera appropriata nelle stime». L’incertezza della situazione italiana si è d’altro canto riflessa negli ultimi mesi in un aumento dello spread, anche se nelle ultime settimane è calato, perché «sembra che i mercati stiano scommettendo su un budget in linea con le regole europee, cioè che preverrà la linea prudente del ministro Tria». L’Ocse ha tenuto conto dell’effetto dei maggiori tassi d’interesse che per ora «è moderato e se dovesse restare tale non influenzerà in modo preponderante le previsioni del 2019». Sulle misure economiche che saranno decise dal Governo, visti i «tanti annunci, anche in conflitto o non coerenti», è veramente difficile dare un giudizio sull’impatto in termini di Pil, spiega Pisu. Quello che si può dire fin d’ora, comunque, è che la ‘contro-riforma’ delle pensioni «avrà sicuramente un effetto negativo sulla crescita dell’economia. E’ solo un trasferimento di soldi ai privati», prevalentemente al ceto medio ed è possibile che «venga in gran parte risparmiato e non speso». L’effetto nel breve termine sarà «basso o prossimo allo zero e nel medio termine sarà negativo, perché si riduce il numero dei lavoratori e quindi in prospettiva la crescita, in un Paese come l’Italia che ha già problemi demografici». Non c’e’ poi «nessuna evidenza» che leghi l’età pensionabile al numero degli occupati in età giovanile, cioè che mandando in pensione gli anziani si liberino posti di lavoro per i giovani. L’unico modo per rafforzare il lavoro dei giovani sono «politiche mirate e dirette a loro favore», come ‘Garanzia Giovani’ o la riduzione dei contributi previdenziali. L’aumento della spesa pubblica per le pensioni porterà a sottrarre risorse anche ai giovani, agli interventi per la loro occupazione. Quindi nel medio-lungo termine – conclude l’economista – la ‘contro-riforma’ delle pensioni avrà un impatto negativo anche sul lavoro dei giovani.

(Il Sole 24 Ore - Radiocor)

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