IL RAPPORTO

Ocse: prezzi della CO2 ancora troppo bassi per ridurre i gas serra

di Giuliana Licini

Una raffineria di Tesoro Corp nello stato di Washington (Ap)

3' di lettura

I Governi devono alzare i prezzi dell'anidride carbonica molto più velocemente se vogliono rispettare gli impegni di riduzione delle emissioni inquinanti e rallentare così il passo del cambiamento climatico come è previsto dall'Accordo di Parigi. È l'appello dell'Ocse in un rapporto (il secondo) in cui analizza nuovi dati sulle eco-tasse e sullo scambio di quote di emissioni di gas a effetto serra in 42 Paesi appartenenti all'Organizzazione o al G20 che rappresentano l'80% delle emissioni globali.

Prezzi lontani dall’obiettivo di 30 euro
La conclusione è che i prezzi del carbonio, anche se sono in aumento, sono ancora troppo bassi per avere un impatto significativo nel contrasto del cambiamento climatico. Il divario del ‘carbon pricing', ovvero la differenza tra gli attuali prezzi del carbonio e i reali costi climatici stimati a 30 euro per tonnellata di C02, è del 76,5% ed è un miglioramento rispetto all'83,5% del 2012 e al 79,5% del 2015, ma resta insufficiente. All'attuale velocità i prezzi del carbonio raggiungeranno i costi reali dell'inquinamento solo nel 2095.

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Il divario minimo rispetto ai costi è appannaggio della Svizzera con il 27%, mentre sono al 90% o oltre alcune economie emergenti, tra cui la Cina

Sono quindi necessarie iniziative per indurre le aziende ad innovare all'insegna del taglio delle emissioni e le famiglie affinché adottino uno stile di vita a basso tasso di CO2. Il rapporto misura i prezzi del carbonio usando la «Effective Carbon Rate» che è la somma di tre componenti: le tasse specifiche sui carburanti fossili, le tasse sul carbonio e i prezzi dei permessi di scambio delle quote di emissioni, tutti strumenti che mirano a spingere gli utenti dell'energia a preferire le opzioni a zero o basso CO2. La maggioranza delle emissioni nell'industria e nel settore residenziale e commerciale, tuttavia, non viene «pagata». Il divario rispetto ai costi ambientali nell'industria arriva al 91% ed è all'80% nell'elettricità e nei settori commerciale e residenziale. È abbastanza virtuoso, invece, il trasporto su strada dove il gap è del 21% rispetto ai 30 euro del costo dell'inquinamento.

Svizzera la più virtuosa
Il «carbon pricing» mostra per altro ampie differenze tra i vari Paesi: il divario minimo rispetto ai costi è appannaggio della Svizzera con il 27%, mentre sono al 90% o oltre alcune economie emergenti, tra cui la Cina. La Germania è al 53% e l'Italia al 46%, ma la Francia fa ancora meglio con il 41%. Lontani gli Usa con il 75%. Maglia nera la Russia con il 100%. Solo 12 Paesi su 42 hanno un divario sotto il 50%. I Paesi con un 'gap' ridotto non solo emettono meno emissioni rispetto a quelli che fanno pagare poco o nulla l'anidride carbonica, ma sono anche quelli che producono meno emissioni in rapporto al Pil.

L’IMPENNATA DELLE QUOTAZIONI

Prezzo delle quote di emissione di anidride carbonica nel mercato europeo in euro per tonnellata. (Fonte: www.eex.com)

L’IMPENNATA DELLE QUOTAZIONI

Prezzi troppo bassi rispetto ai costi
Secondo il rapporto lo scambio delle emissioni è un modo efficace per valutare le emissioni, a patto che permetta prezzi stabili a livelli realisticamente alti. Le tasse hanno il vantaggio di essere semplici da gestire, soprattutto se sono innestate in sistemi di tassazione esistenti, magari nell'ambito di una riforma della tassazione neutrale dal punto di vista delle entrate che includa tagli ad altre tasse. «La differenza tra i prezzi del carbonio di oggi e l'attuale costo delle emissioni è inaccettabile», ha sottolineato il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria. «Una corretta tariffazione del carbonio è un modo concreto ed efficace per rallentare il cambiamento climatico. Stiamo buttando via un'opportunità, quella di spingere le nostre economie su un cammino di crescita a basse emissioni e stiamo perdendo tempo ogni giorno che passa», conclude il numero uno dell'Ocse.

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