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Odio in rete e rimozione delle pagine Facebook: giudice che vai, soluzione che trovi

Nel giro di pochi mesi tre giudici hanno fornito tre risposte radicalmente diverse a tre ricorsi d’urgenza presentati da soggetti di estrema destra, le cui pagine Facebook erano state cancellate

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

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Nel giro di pochi mesi tre giudici hanno fornito tre risposte radicalmente diverse a tre ricorsi d’urgenza presentati da soggetti di estrema destra, le cui pagine Facebook erano state cancellate


3' di lettura

Si sa: il diritto non è una scienza esatta, se mai ve ne sono in questo mondo imperfetto. Lo è ancora meno quando i giudici di primo grado, sotto certi profili l’avanguardia del diritto, si trovano a dover decidere su temi delicati che riguardano fenomeni inediti.

È, infatti, accaduto che nel giro di pochi mesi tre giudici hanno fornito tre risposte radicalmente diverse a tre ricorsi d’urgenza presentati da soggetti o organizzazioni di estrema destra, le cui pagine Facebook erano state cancellate dalla piattaforma in quanto esempi di “discorsi d’odio”. Il primo ha ritenuto che il social network non poteva disattivare gli account e rimuovere i contenuti, il secondo invece che poteva, il terzo addirittura che non solo poteva, ma doveva. Ma procediamo con ordine.

Nel dicembre 2019, il Tribunale di Roma ha imposto a Facebook di riattivare gli account sospesi di Casa Pound, ritenendo che la piattaforma avesse un obbligo di ospitare ogni opinione, purché “accettata” nell’agone politico, come quelle espresse da rappresentanti di forze che si sono presentate alle elezioni. Tale pronuncia, al momento oggetto di reclamo, esalta un ideale di democrazia come libero confronto tra tutte le parti, anche quelle più ostili ai suoi valori; finisce, tuttavia, con l’attribuire a Facebook uno statuto pressoché sovrapponibile a quello del servizio pubblico radiotelevisivo, che non trova giustificazione nella legislazione.

Un mese più tardi, il Tribunale di Siena ha ritenuto che Facebook potesse disattivare il profilo e le pagine di un soggetto che aveva pubblicato contenuti in violazione delle regole poste dalla piattaforma e accettate dagli utenti, tra le quali, appunto, vi è quella di non diffondere messaggi d’odio o discriminatori. Il giudice, in questa occasione, limitava quindi la vertenza a una questione tra privati, regolata dalle disposizioni contrattuali sottoscritte dalle parti. Nel respingere la domanda dei ricorrenti, che lamentavano tra l’altro di essere stati in tal modo esclusi dal mercato delle idee, sottolineava come libertà di espressione di questi ultimi e, più in generale, le libertà politiche garantite dal nostro ordinamento avrebbero ben potuto essere esercitate mediante altri mezzi e in altri contesti.

Infine, pochi giorni fa, ancora una volta il Tribunale di Roma decideva in modo ancora differente: secondo il più recente provvedimento, Facebook non solo avrebbe potuto cancellare gli account, riconducibili questa volta a Forza Nuova, in quanto veicolanti messaggi d’odio, ma in base alle regole dell’ordinamento sovranazionale e italiano, aveva il dovere di farlo, se non voleva rischiare di esporsi a sanzioni.

Già dal punto di avvio quest’ultima ordinanza si pone in una direzione opposta rispetto alla precedente dello stesso tribunale, tutta fondata sulla garanzia del pluralismo politico e informativo. Qui il giudice parte dalla ricostruzione del quadro normativo europeo e della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, entrambi negli ultimi anni attenti a contrastare il discorso d’odio, specie in rete. Su queste premesse, il tribunale riconduce l’attività e le dichiarazioni pubbliche di Forza Nuova in questo perimetro, inserendo nel provvedimento molti esempi di richiamo diretto e apologetico all’esperienza fascista e di incitamento all’odio nei confronti di etnie o orientamenti sessuali non graditi all’ortodossia del movimento.

Ciò porta il giudice a stabilire che nel caso vi era stata una violazione non solo delle regole della community, circostanza che appunto consentiva la chiusura degli account, ma anche di norme imperative che vietano la diffusione di hate speech, il che “imponeva” alla piattaforma di intervenire. Con le parole dell’ordinanza: «Facebook non solo poteva risolvere il contratto grazie alle clausole contrattuali accettate al momento della sua conclusione, ma aveva il dovere legale di rimuovere i contenuti, una volta venutone a conoscenza, rischiando altrimenti di incorrere in responsabilità».

Dietro a queste decisioni emergono concezioni profondamente diverse della democrazia e dei suoi nemici

Dietro a queste decisioni emergono dunque concezioni profondamente diverse della democrazia e dei suoi nemici, di chi abbia diritto di partecipare al dibattito pubblico e di quali espressioni debbono essere bandite. Ritorna quella distinzione tra democrazie “aperte” e “chiuse” tra una visione più ottimista, propria del sistema americano ma in buona parte anche di quello italiano, che tende a includere le forze antisistema e un indirizzo europeo che si protegge contro chi utilizza abusivamente i diritti per mettere in pericolo valori fondamentali come la tolleranza, la democrazia, la non discriminazione.

Tra queste due posizioni si pone la decisione del tribunale di Siena, che risolve la questione sul terreno del rapporto fra privati e delle condizioni accettate da chi si iscrive a Facebook. Forse, proprio questo giudice, per la semplicità e razionalità dei suoi argomenti, traccia una linea che ci auguriamo possa essere seguita in futuro, senza che le corti debbano necessariamente avventurarsi nel proporre la propria visione del miglior bilanciamento tra valori fondamentali.

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