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Odiodio, se credi in Dio non ti resta che odiarlo

Il romanzo di Andrea Salonia è un grido d’amore per l’Africa

di Antonio Armano

4' di lettura

Leggendo Odiodio si pensa, per contrasto, alle pagine africane del Viaggio al termine della notte. Bardamu fugge di nascosto dalla nave che lo ha portato sulle coste delle colonie francesi e inizia una serie di peregrinazioni tra bianchi brutali, africani miseri, caldo insopportabile, insetti e malattie finché si prende anche lui il paludismo. Ci si imbatte in periodi pieni di sconforto come: “Al servizio della Compagnie Pordurière del Piccolo Togo sgobbava dunque insieme a me, come ho detto, negli hangar e sulle piantagioni, un gran numero di negri e di poveri bianchi del mio genere. Gli indigeni, loro, funzionano insomma solo a colpi di bastone, conservano questa dignità, mentre i bianchi, perfezionati dall'educazione pubblica, fanno da soli”.

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Oppure “Quanto ai negri uno si abitua in fretta a loro, alla loro ilare lentezza, ai loro gesti troppo ampi, ai ventri debordanti delle loro donne. La negreria puzza di miseria, di vanità interminabili, di rassegnazione immonda; insomma proprio come i poveri da noi ma con più bambini ancora e meno biancheria sporca e meno vino rosso intorno”.

La deriva del protagonista di Odiodio va allegramente in direzione completamente opposta ma solo per finire sopra un patibolo ancora peggiore che lo porta a pronunciare la frase del titolo, la quale può essere interpretata come “Odio dio” o nella migliore delle ipotesi come “O dio dio” e in altri modi ancora.

Ma perché mai un candido e volenteroso prete missionario del comasco, tifoso dell'Inter - altra fede ingrata ma mai messa in discussione questa - dovrebbe odiare il “Principale”? Il percorso che porta all'estrema conseguenza viene preparato passo per passo, fin dai primi passi infantili nelle incantevoli valli prealpine, dove le chiesette sembrano capanne, come quella di San Fereolo, vicino a Tavernierio, e i fiori prendono nome uno dopo l'altro, la sessualità viene conosciuta in modo romantico e figurato attraverso il tatuaggio del nonno che raffigura una donnina nuda, fino all'arrivo in Togo nella missione dei padri Comboniani dove l'uomo viene messo di fronte al suo destino come l'Inter in una notte di Champions in trasferta. Qui tutti parlano un francese pastoso, smozzicato e poco comprensibile, la lingua degli antichi colonizzatori francesi schiavisti, hanno una spiritualità animista dove il serpente non è simbolo della tentazione ma collegato all'arcobaleno, vivono in modo semplice e lento, ma vero e felice che spiazza il giovane prete arrivato con tutti i suoi stereotipi e pregiudizi: “Mi sentivo così: fasullo nel bel mezzo di una terra verissima”.

Amore per quella terra

E' un po' come quando si lascia incantare dai mercati dove si vendono cose improbabili e misere per un europeo ma che dopotutto nel loro contesto trasmettono l'amore per tutti i pezzi del creato. Arriva la terribile dissenteria, arriva la terribile malaria, ma vengono superate sciogliendosi nell'amore per quella terra, in tutti i suoi aspetti, in un panteismo senza riserve. Padre Faustino diventa formatore al postulato Comboniano di Cacaveli. Uno dei tanti toponimi africani dalla sonorità così diversa da portarti altrove e che non a caso l'autore, Andrea Salonia, cita con dovizia: Cacaveli, Kologon, Anfamè... Ma a che scopo, si chiede l'uomo, portare Cristo tra quelle genti? Che ne sanno loro di Cristo? Che ne possono capire? Che bisogno hanno di lui? Le domande proseguono perché Faustino ha imparato a “voler bene alla propria inquietudine”, ma più che una inquietudine quelle domande sono una deriva che lo porta ad abbandonarsi all'Africa, a esserne affascinato e soggiogato a tal punto da comportarsi come molti sprovveduti e romantici turisti sessuali in Est Europa dopo il crollo del Muro che sposano la prima donna incontrata.

Padre Faustino conosce una fanciulla africana dal nome italiano arcaico, Nives, con la guancia segnata dai solchi delle cicatrici animiste, conosce per la prima volta l'amore sensuale e si sposa senza pentimenti o dubbi. Del resto può forse il destino non manifestarsi in modo clamoroso e improvviso?Quando i figli diventano grandi – non undici come Nives e i suoi fratelli, ma solo due - la famigliola felice torna tra le spigolose, fredde e sassose montagne dove la fede del Dio-Cristo è pura e lassù si condensa dopo una nevicata – la prima a cui assiste Nives, nonostante il nome – la sciagura dove improvvisamente tutte le buone intenzioni di cui è disseminato il percorso del missionario trasformano la vita in un inferno sulla terra.

In fondo è un esito molto peggiore, proprio per avere creduto, rispetto a quello di Bardamu; ancora più beffardo. Se credi in Dio forse non ti resta che odiarlo.Il linguaggio, al pari dell'opera di Céline, è quello del flusso narrativo. Privo di trasgressioni, pudico ma sincero e delicato, quasi infantile sulle tracce di romanzi di formazione e deformazione alla Mark Twain, Salinger e così via, soprattutto nella parte iniziale, quello dove si racconta l'infanzia del protagonista, il futuro missionario e quindi futuro ex missionario Faustino Martinelli. Molto felice e riuscita la parte centrale, quella africana, evidentemente frutto di una esperienza, come per Céline la direzione di una piantagione di cacao in Camerun, il paludismo ecc. Alla fine prende corpo il delirio e anche lo stile si adegua. Se credi in Dio forse alla fine non ti resta che odiarlo, ma non puoi: ti ha insegnato ad accettare, ti ha insegnato a perdonare. Perché ha molto da farsi perdonare lui stesso. Come Céline anche l'autore è medico, professore di urologia all'università del San Raffaele.

Andrea Salonia, Odiodio, La nave di Teso, pagg. 464, euro 20


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