Tribunale dei minori di Reggio Calabria

«Offriamo una speranza ai figli dei boss». La storia di Roberto Di Bella diventa un film

di Donata Marrazzo

4' di lettura

«Siamo l'Erasmus della legalità. Da più di 10 anni offriamo ai figli dei boss la possibilità di una vita lontana dalle famiglie di ’ndrangheta. Un percorso alternativo fuori da quel modello educativo mafioso che sempre pregiudica lo sviluppo psicologico di bambini e adolescenti». Il magistrato Roberto di Bella, dal 2011 presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, tutela i ragazzi che crescono in contesti mafiosi. Sessanta i provvedimenti emessi negli ultimi 7 anni nei confronti di 70 minori, dagli 11 anni in su. Si tratta di misure di tutela transitorie.
«La mafia si eredita»
È da 25 anni che di Bella, a parte una breve parentesi messinese, svolge la sua attività in un territorio complesso come quello reggino, ad alta pervasività mafiosa. «Stesse famiglie da oltre un secolo, stessi cognomi: dopo aver processato i padri negli anni '90, qualche anno più tardi mi sono ritrovato a giudicare i figli», racconta. È l'effetto della “continuità generazionale” che si produce all'interno di molti nuclei familiari. E dimostra che in genere la mafia non si sceglie, si eredita. Come un destino.

Un film sul Tribunale dei minori di Reggio Calabria
Per opporsi all'indottrinamento e al condizionamento dei minori che spesso, a pieno titolo, vengono coinvolti in attività criminali dalle famiglie di appartenenza, il magistrato ha messo a punto una serie di procedure di allontanamento (anche provvedimenti di decadenza o di limitazione della responsabilità genitoriale) con cui rende i più giovani “liberi di scegliere”. Uno slogan che ora è diventato il titolo di un film diretto da Giacomo Campiotti: martedì, in prima serata, sarà in onda su Rai 1. Nei panni di Roberto di Bella, l'attore Alessandro Preziosi. Le storie, tutte vere.

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Provvedimenti di tutela
«L'introiezione della cultura mafiosa, i cui sintomi sono presto evidenti, dal bullismo, all'oltraggio a pubblico ufficiale, alla dispersione scolastica – continua il magistrato – va combattuta con scelte educative radicali». L'obiettivo è quello di tutelare l'integrità emotiva e fisica dei minori, proponendo un percorso in comunità o in famiglie affidatarie, fuori dai confini regionali. «Non si tratta di confische, di deportazioni o di provvedimenti punitivi, bensì di tutela – sottolinea il magistrato - vogliamo offrire altri orizzonti sociali, affettivi e psicologici a chi rischia un futuro di carcerazione, latitanza, lutti».

Il ruolo delle madri
Oggi, il tribunale dei minori di Reggio Calabria non è più percepito come un'istituzione nemica, «semmai l'ultima spiaggia prima che accada l'irreparabile», spiega il magistrato. Le madri giocano un ruolo fondamentale: «Arrivano qui donne provate, spaventate. Il nostro intervento le solleva da responsabilità laceranti, divisive. Molte vogliono andare via dalla Calabria. Alcune hanno i mariti all'ergastolo, sono vedove bianche, prigioniere della famiglia e qui coltivano la speranza di un riscatto».

La gratitudine di un padre al 41 bis
Collaborano, si dissociano, chiedono aiuto. «Sono la madre di Rosario di anni 15, sono anche la sorella di Alessandro, che il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria ha già giudicato per omicidio negli anni ‘90 e che ora, per altro omicidio, si ritrova all'ergastolo». Così una donna parla al presidente di Bella. «Sono anche la sorella di Francesco, condannato per avere picchiato un carabiniere, sorella di Umberto e figlia di Antonio, che sono stati uccisi di recente in un agguato di mafia. Sono venuta qui in occasione del processo penale che si celebrerà oggi nei confronti di mio figlio Rosario, per segnalarle la mia forte preoccupazione di madre per la sorte dei miei figli e in particolare, di Rosario e di suo fratello più piccolo di anni 13. Mio figlio è giù in aula, ma non sa che io sono qui da voi, presidente. Temo che possano finire in carcere o essere ammazzati come mio padre e mio fratello Umberto oppure come mio suocero…».
Un padre al 41 bis si rivolge al magistrato: «Scrivo da padre, un padre che soffre per il proprio figlio, per tutta la situazione familiare e mi auguro che mi comprenda. Innanzitutto è mio dovere ringraziarla per l'aiuto che date alla mia famiglia, al mio adorato figlio, sono d'accordo con lei, solo allontanandolo da questo ambiente, il mio bambino avrà un futuro migliore. Se avessi avuto io la stessa possibilità, forse non mi troverei in questo luogo di sofferenza dove sono ora…».
Roberta, 14 anni, invece, dà notizie di sé da un'altra città: «Dove sono ora ho iniziato un'altra vita, sono rinata. Sono molto affezionata alla famiglia a cui voi mi avete affidata. Mi vogliono bene e mi danno tutto l'affetto possibile. Mi piace studiare. A scuola mi trovo bene e anche con le mie nuove amiche. Non voglio più tornare in quell'ambiente, in Calabria, anche se voglio bene ai miei genitori. Voglio una vita normale. All'inizio è stata dura ma ora sono felice. Grazie».

Il contributo di Libera
Compiuti i 18 anni, più delle metà dei figli di ndrangheta allontanati dalle famiglie chiede di poter continuare sulla strada intrapresa, al riparo da qualunque logica criminale. I provvedimenti disposti dal Tribunale dei minori cessano, infatti, con la maggiore età. Determinante in ogni fase il ruolo di Libera, con Don Ciotti ed Enza Rando, l'avvocata di Leo Garofalo, testimone di giustizia, vittima di ndrangheta a 37 anni. Meno di un anno fa, l'associazione contro le mafie, con il sostegno della Conferenza episcopale italiana, ha siglato un protocollo di intesa con il dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, Tribunale per i minorenni, Procura per i minorenni e Procura distrettuale di Reggio Calabria e Procura nazionale antimafia, per promuovere una rete di protezione e di sostegno in grado di assicurare una concreta alternativa di vita ai minori e alle loro madri provenienti da famiglie mafiose.

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