L’election day

Oggi Comuni al voto fino alle 15, poi tocca alle Province

Dopo le comunali di oggi e i ballottaggi in calendario tra 2 settimane, il 18 dicembre tocca alle elezioni provinciali: vanno scelti 75 consigli e 28 presidenti di secondo livello ma la loro scadenza sfalsata ogni 2 o 4 anni alimenta il caos amministrativo

di Eugenio Bruno

Roma, il voto di Mario Draghi

3' di lettura

In Italia le elezioni sono come gli esami di eduardiana memoria. Non finiscono mai. Neanche il tempo di archiviare (oggi) il primo turno del voto amministrativo in 1.349 Comuni e di sapere quanti centri andranno al ballottaggio del 17 e 18 ottobre, che è quasi ora di pensare alle consultazioni elettorali in calendario per le Province.

Sono 75, infatti, i consigli provinciali (sui 76 totali nelle Regioni a statuto ordinario) che andranno rinnovati con l’election day del 18 dicembre, quando si voterà anche per 28 presidenti (in realtà potrebbero essere di più perché in 13 casi si è appesi al risultato delle amministrative odierne). Un destino sfalsato che obbedisce alla durata sfalsata dei due organi: il consiglio resta in carica 2 anni mentre il presidente 4.

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L'APPUNTAMENTO DEL 18 DICEMBRE
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È dal 2014, infatti, che la legge 56 ha trasformato le amministrazioni di area vasta in enti di secondo livello, cioè formati ed eletti da primi cittadini e consiglieri comunali. Un sistema che è stato pensato quando il vento anti-Province soffiava forte sulla Penisola, al punto che l’esecutivo dell’epoca puntava a cancellarle dalla Costituzione, e che ha portato allo svuotamento dei loro compiti. Ma che adesso sembra stridere con la loro centralità in materia di trasporti e scuola.

La scadenza elettorale

La riforma del 2014 ha trasformato le Province in enti di secondo livello. Senza giunta né assessori, ma con un consiglio (di sindaci e consiglieri comunali) che varia dai 10 ai 16 membri a seconda del bacino d’utenza del circondario. E un meccanismo analogo riguarda le 10 Città metropolitane (Roma Capitale, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria) con l’unica differenza che nelle prime il presidente è un sindaco che viene eletto dai suoi “pari”, nelle seconde è previsto l’upgrade automatico per il primo cittadino del Comune capoluogo e i consiglieri possono arrivare a 24.

Per le Province il prossimo appuntamento con le urne è fissato per il 18 dicembre. In quell’occasione 68.885 “grandi elettori”, in rappresentanza di 5.534 municipi e 32,7 milioni di cittadini, voteranno dalle 8 alle 21 per scegliere 896 neoconsiglieri provinciali e 28 presidenti. E più o meno sempre a dicembre, ma non in una data unica, andranno rinnovati anche i consigli delle 5 città metropolitane dove ieri e oggi si è votato per il primo turno delle comunali: la dead line sono 60 giorni dalla proclamazione degli eletti.

La possibile via d’uscita

L’election day provinciale è l’occasione per interrogarsi sull’attualità del sistema appena descritto. Il crollo del Ponte Morandi prima e la pandemia poi hanno nei fatti rimesso al centro dell’agenda politica due materie di stretta competenza provinciale: la manutenzione delle strade interne (e dei viadotti) e l’edilizia scolastica. Sul primo fronte, basti pensare che uno dei sei decreti sul piano complementare del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) varati la settimana scorsa dal ministero delle Infrastrutture destina 300 milioni alla viabilità delle aree interne e affida ai presidenti di provincia il ruolo di pivot nella programmazione degli interventi; sul secondo punto, è sufficiente aggiungere che le Province, in quanto proprietarie di oltre 7mila plessi di scuole superiori, saranno coinvolte negli interventi di edilizia scolastica previsti dal Pnrr per oltre 3 miliardi.

Avere un sistema ordinamentale che porterà nei prossimi mesi, ad esempio, la provincia di Massa Carrara oppure quella di Potenza ad avere il terzo presidente in 7 anni (nonostante la durata quadriennale del mandato e il blocco dell’intero 2020 causa Covid) sicuramente non aiuta la continuità amministrativa in queste o altre partite. Senza contare il rinnovo ogni biennio dei consigli che porta con sé un rimescolamento continuo degli equilibri politici. Il tema non è nuovo. Già nel 2019, durante il primo governo Conte, il riordino del sistema elettorale degli enti di area vasta sembrava imminente. Ma non se n’è fatto nulla. Ora potrebbe essere il governo Draghi a intervenire, con uno dei 20 Ddl collegati alla legge di bilancio citati dalla Nadef. Come confermato qualche giorno fa dal sottosegretario all’Interno, Ivan Scalfarotto: «Stiamo ragionando su un disegno di legge delega, che avrà norme immediatamente operative in modo da portare a casa entro fine anno la riforma. La questione delle Province - ha aggiunto - è tra le più importanti».

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