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Ogni lavoro ha la sua dignità. Oppure no?

Davvero possiamo affermare così facilmente che ogni lavoro è un lavoro degno, che il medico e l’infermiere che salvano vite possano essere messi sullo stesso piano di chi progetta e costruisce missili e mine antiuomo?

di Vittorio Pelligra

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(Adobe Stock)

Davvero possiamo affermare così facilmente che ogni lavoro è un lavoro degno, che il medico e l’infermiere che salvano vite possano essere messi sullo stesso piano di chi progetta e costruisce missili e mine antiuomo?


7' di lettura

“Verrà un giorno nel quale la nostra società dovrà imparare a rispettare gli spazzini se vorrà sopravvivere, perché la persona che raccoglie la nostra spazzatura è, in ultima analisi, altrettanto importante del medico, perché se lo spazzino non facesse bene il suo lavoro le malattie sarebbero ovunque. Ogni lavoro ha la sua dignità”. Si esprimeva con queste parole, Martin Luther King, in un famoso discorso a Memphis, il 18 marzo del 1968, pochi giorni prima di essere assassinato in quella stessa città.

Ogni lavoro è degno, dice il reverendo King, ogni lavoro. Sembra voler intendere che il medico e lo spazzino stiano sullo stesso piano, così come il panettiere e il banchiere, l’insegnante e l’ingegnere che progetta bombe, la badante e la prostituta, chi raccoglie pomodori nei campi e chi pilota i barconi carichi di disperati che solcano ogni giorno i nostri mari. Davvero possiamo affermare così facilmente che ogni lavoro è un lavoro degno, che il medico e l’infermiere che salvano vite possano essere messi sullo stesso piano di chi progetta e costruisce missili e mine antiuomo? Siamo sicuri che il lavoro di una badante assunta in nero o dei lavoratori agricoli schiavi dei caporali sia degno quanto quello di un panettiere o di un assistente sociale? E la prostituta? E lo scafista? Adolf Eichmann, del resto, portò avanti il suo lavoro di organizzatore della logistica della “soluzione finale” con grande scrupolo, perizia tecnica e, perfino, coscienza. Era un patriota, a modo suo. E quindi? Possiamo definire “degno” il suo lavoro? Sarebbe davvero difficile sostenerlo, se per lavoro “degno” intendiamo un lavoro che contribuisce allo sviluppo di una esistenza ricca di senso, alla fioritura personale di chi lo compie, al benessere della comunità in cui questi opera.

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Il lavoro, soprattutto oggi, non è solo il mezzo attraverso il quale ci procuriamo da vivere; il lavoro è anche l’occasione di mettere a frutto i nostri talenti, di sentirci utili agli altri di contribuire assieme agli altri al destino delle nostre comunità; è sorgente di significato e di autostima, di soddisfazione profonda ed è strada verso l’eccellenza. Ma non sempre queste opportunità vengono concesse. Non sempre i nostri lavori sono pieni di significato e di opportunità di crescita. Ci sono, infatti, lavori che alienano, che umiliano, che fanno male a chi vi è costretto e alla società, lavori che producono “espropriazione esistenziale” in chi vi si trova intrappolato. Ci sono lavori senza senso e lavori indegni che rubano senso e dignità a persone, per il resto, degnissime. Perché ci sono lavoratori trasformati nel profondo dai loro lavori. In meglio, ma soprattutto in peggio.

Aveva dunque torto il reverendo King nel rivendicare la dignità per ogni lavoro? In realtà no, perché il suo discorso andrebbe più correttamente letto nel contesto più ampio del tempo, del luogo e dell’occasione in cui venne pronunciato. Siamo nel profondo Sud di un’America ancora profondamente razzista e segregazionista; un’America nella quale è tollerato che gli spazzini di colore muoiano perché costretti a lavorare in condizioni estremamente rischiose, con macchinari vecchi e pericolosi. È in questo contesto che il reverendo King interviene con le sue parole a difesa di un lavoro che potrebbe essere dignitoso, ma che viene reso meno degno dall’indifferenza, quando non dal dolo di amministratori bianchi e razzisti. Perché la dignità di un lavoro, il suo significato profondo, deriva da due dimensioni connesse ma distinte. La prima è la natura stessa del lavoro, la sua utilità, la sua capacità di mobilitare creatività, competenze, ingegno, relazioni: il medico che salva vite, l’ingegnere che costruisce ponti fatti per durare, l’addetto alle pulizie che rende vivibili gli ambienti in cui lavoriamo e operiamo, il panettiere e il parrucchiere che ci sfamano e ci rendono presentabili, l’artista che rende la nostra esistenza meno dolorosa; poi ci sono anche quelli che, invece, progettano le bombe a frammentazione o i “pappagalli verdi”, che sembrano giocattoli, così i bambini si avvicinano e, invece, sono ordigni esplosivi che mutilano e uccidono.

Ci sono anche quelli che giocano con la chimica incuranti dei danni alla salute dei consumatori, chi progetta slot-machines sempre più potenti nel creare dipendenze, chi produce sigarette sapendo che “il fumo uccide”, come scrivono, del resto, candidamente, anche sui pacchetti. E che dire di quel funzionario pubblico che usa la sua discrezionalità, pur nell’ambito della legalità, per elargire favori invece che per tutelare diritti? Questi lavori non possono essere certo considerati degni allo stesso modo, per loro stessa natura. Legali sì, magari, ma non degni. C’è poi un secondo aspetto che si affianca al primo ed è quello relativo alle condizioni in cui ciascun lavoro viene svolto. Ci possono essere, infatti, lavori degni, resi indegni dalle condizioni esterne: raccogliere i pomodori è un lavoro degnissimo, che però, può essere degradato quando assume i connotati di un inumano sfruttamento. Quella del rappresentante è una professione degnissima, ma quando viene esercitata in un ambiente spietatamente competitivo e sotto il costante ricatto da parte dell’impresa, allora perde ogni significato. Quella dell’insegnante è forse la professione più bella al mondo, ma quando si rompe il patto di fiducia con le famiglie, e la società mette in dubbio l’importanza della cultura e della competenza, allora anche il mestiere dell’insegnante perde senso e dignità.

Ci sono lavori degni o indegni per natura e ci sono attività che vengono rese più o meno degne in relazione all’ambiente e alle condizioni nelle quali vengono esercitate. Gli esempi potrebbero ancora essere tanti. Jing Hu e Jacob Hirsh, dell’Università di Toronto, hanno provato a classificarli (“Accepting Lower Salaries for Meaningful Work”. Frontiers in Psychology, September 2017, Volume 8, Article 1649). Intervistando i 245 partecipanti al loro studio hanno individuato 86 lavori ricchi di senso e 64 lavori, invece, privi di senso, se non addirittura dannosi. Tra i primi ci sono l’insegnante, lo scrittore, l’artista e l’infermiere; tra i secondi, invece, il contabile, il cameriere, il bancario, il commesso e l’impiegato. Un elemento interessante che emerge da questo studio è che il 44% di questi lavori, quasi la metà, vengono definiti, da alcuni, significativi e degni e da altri, invece, come privi di senso. C’è chiaramente una dimensione soggettiva in queste valutazioni, ma anche, come dicevamo poco sopra, la possibilità che lo stesso lavora venga percepito come degno o indegno in relazione alle condizioni nel quale esso viene svolto.

Qualche tempo fa un’amica mi ha raccontato un episodio emblematico a proposto di spazzini: camminava per la strada e, a un certo punto, è stata superata da un camioncino della nettezza urbana. Un colpo di vento, improvvisamente, fa cadere dal cassone del camioncino un piccolo pezzo di carta. Il furgoncino si ferma, fa marcia indietro, l’addetto scende e raccoglie con cura il pezzo di carta. La mia amica rimane così colpita dalla perizia del gesto e dalla responsabilità dell’uomo, che sente l’impulso di fare qualcosa. Lo rincorre per dirgli “grazie” e quando lo raggiunge scopre che si trattava di un suo vecchio compagno di scuola. Era stato costretto a interrompere gli studi a metà delle superiori ed ora faceva lo spazzino, ma lo faceva con grandissima dignità, impegno e coscienza. Un lavoro più che degno. Ammettere che non tutti i lavori sono ugualmente degni, dunque, non significa sminuire l’importanza ed il valore dei lavori più umili, al contrario, significa chiedere che tutti i lavori, soprattutto quelli più umili, possano essere svolti in condizioni che siano dignificanti, rispettose dei diritti e del valore di intrinseco in ogni essere umano. Lotta al caporalato per chi raccoglie i pomodori, diritto alla malattia e ad orari di lavoro ragionevoli per i “riders”, maggiore sicurezza nei cantieri, una dirigenza più qualificata e rispettosa nelle organizzazioni pubbliche e private, un management meno orientato al controllo e più all’autonomia, maggiore capacità dei “superiori” di riconoscere l’eccedenza e l’eccellenza del lavoro di chi sta “sotto” di loro, e potremmo continuare a lungo.

Era questo che intendeva veramente Martin Luther King quando ci esortava ad attribuire dignità ad ogni lavoro. Chiedeva a gran voce, e lo pagò con la vita, che ad ogni uomo e ad ogni donna, anche a quelli impegnati nei lavori più umili, venisse riconosciuta uguale dignità. Dovremmo operare tutti affinché nessuno sia costretto a fare un lavoro che non desidera fare, ad accettare un lavoro che è socialmente inutile o addirittura nocivo per gli altri. Essere obbligati a costruire bombe perché è l’unico lavoro che la tua terra ti offre, non è una scelta, è un ricatto. Lavorare in una fabbrica che avvelena te e le famiglie che vivono con te nei pressi dello stabilimento, perché la tua città non ti offre nient’altro, non è lavorare, è essere sottoposti ad un ricatto. Questi ricatti rubano dignità e senso alla vita di moltitudini di lavoratori, ancora oggi. Il rischio che si intravvede è che la narrazione del “tutti i lavori sono degni”, mascherata da umanitarismo egualitario e da magnanima liberalità, non faccia altro che bloccare il cambiamento sociale, silenziare le giuste rivendicazioni di diritti basilari, le richieste di condizioni più umane e delegittimare e infine, ogni tentativo possibile di riforma. Affermare, invece, con forza che non tutti i lavori sono degni ci provoca e ci costringe anche a chiederci attraverso quali meccanismi si finisce a fare un lavoro piuttosto che un altro.

Siamo spinti a chiederci se certi lavori sono privi di senso e dignità perché vengono generalmente svolti da soggetti marginalizzati, con uno status sociale inferiore, con poca istruzione e autostima, quelli che Papa Francesco si ostina a chiamare gli “scarti”; oppure, questi lavori sono svolti da certe persone perché, sono i lavori ad essere, intrinsecamente, privi di senso e dignità. Tale questione ne richiama un’altra che abbiamo diffusamente trattato su “Mind the Economy” nelle settimane scorse e, cioè, la questione della “retorica della meritocrazia” per la quale chi “ce l’ha fatta” è perché se l’è meritato e chi, invece, non ce l’ha fatta è perché non si è impegnato abbastanza. Ecco, questi devono, dunque, accontentarsi di lavori indegni e guai a chi protesta, se li sono meritati. In questo modo, però, non si fa altro che riprodurre disuguaglianza, legittimare ingiustizie e darne, oltretutto, una giustificazione morale.

Iniziamo dunque ad accettare il fatto che non tutti i lavori sono uguali nella loro capacità di promuovere benessere per sé e per gli altri, di generare autostima e rispetto e di contribuire alla fioritura umana e questo fatto non può essere nascosto affermando, strumentalmente, che ogni lavoro è ugualmente degno. Ne guadagneremo in lucidità di sguardo e, forse, in convinzione e capacità di generare cambiamento, per il meglio.     

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