Floricoltura

Ognissanti e commemorazione dei defunti, segnali di ripresa per i fiori made in italy

Secondo le associazioni di agricoltori pesano sul settori i rincari energetici. In italia la floricoltura vale 2,5 miliardi di euro

di Emiliano Sgambato

(Fotokon - stock.adobe.com)

3' di lettura

Florovivaismo in ripresa, ma alle prese con il caro materie prime. A far il punto in occasione della festa di Ognissanti e della commemorazione dei defunti è il presidente della Federazione nazionale florovivaismo di Confagricoltura Luca De Michelis: «Le imprese segnalano un discreto impulso nelle vendite – afferma – che con la pandemia avevano subito un brusco arresto dovuto all’azzeramento di cerimonie ed eventi. Il mercato a piccoli passi si sta riavviando tuttavia siamo ancora distanti dai livelli pre-pandemia e rimangono ancora problemi, in primis quello dell’approvvigionamento di materiali come torbe e vasi, che fatichiamo a trovare e sono sempre più costosi. E il forte aumento dei costi di produzione, soprattutto per quanto riguarda gas e gasolio per il riscaldamento delle serre e i macchinari di lavorazione».

De Michelis ovviamente consiglia di scegliere il prodotto nazionale, con la Liguria, il Veneto, la Campania, la Toscana, il Lazio, la Puglia e la Sicilia che rappresentano i mercati più importanti: «Un consiglio – spiega – non soltanto per far ripartire la nostra economia, ma soprattutto perché siamo leader per qualità e durata del prodotto rispetto agli altri Paesi». Oltre ai fiori tipici del periodo, come i crisantemi, «sono molto richiesti anche i ciclamini: la loro storia è ricca di aneddoti e leggende – aggiunge De Michelis – e secondo gli antichi greci i luoghi in cui vengono piantati sarebbero immuni da eventi malefici o nefasti. Per questo motivo, oltre che per i loro colori vivaci, vengono scelti sempre più spesso per la ricorrenza di Ognissanti».

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Cia-Agricoltori Italiani prevede che a comprare fiori in occasione del 1° e del 2 novembre saranno sette milioni di italiani e che saranno circa tre milioni i crisantemi venduti, segnalando il trend dei petali tinti con colori vivaci. «La tradizione del 2 novembre è nata perché il crisantemo fiorisce proprio in questo mese – spiega una nota – ma è esclusivamente italiana perché nel resto del mondo questo fiore è simbolo di gioia. La tradizione italiana che associa i crisantemi ai cimiteri si deve probabilmente sia alla loro lunga durata (fino a 20 giorni), sia perchè non devono essere esposti alla luce per fiorire».

Secondo l’associazione dei Florovivaisti Italiani, la produzione di questi fiori ha subito quest’anno una flessione del 20% per i timori e le incertezze di mercato legate alla pandemia di Covid, nel periodo di semina a giugno. La riduzione del 15% delle importazioni per i costi dei trasporti, dovuti al caro-gasolio,«ha tuttavia reso più attrattivo il prodotto nazionale e i prezzi risultano in linea con il 2020», aggiunge Cia- Agricoltori italiani.

La produzione di questi fiori, si legge in una nota di Coldiretti, è però condizionata dal caro energia, con i prezzi al dettaglio che «possono variare da 1 a 2,5 euro» e «possono arrivare a oltre 20 euro se si tratta di fiori in vaso o di mazzi con più fiori, con una tendenza all’aumento fino al 20% per acquisti last minute». Per l’associazione a pesare quest’anno è «l’effetto dell’aumento dei costi energetici, dei fertilizzanti, delle plastiche e di tutti i fattori produttivi, a monte e a valle della produzione in serra: dalle talee ai trasporti, dai vasi al confezionamento». Il consiglio è di «evitare venditori improvvisati e preferire l’acquisto, se possibile, direttamente dai produttori, ricordando che acquistando fiori italiani si sostengono le imprese, l’occupazione, il territorio».

Il settore florovivaistico rappresenta in Italia il 5% della produzione agricola totale e si estende su una superficie di quasi 30mila ettari, con 27mila aziende per un totale di 100mila addetti e un valore complessivo di circa 2,5 miliardi di euro, di cui il 55% va attribuito ai prodotti vivaistici (alberi e arbusti). L’Italia, vale il 15% della produzione comunitaria.

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