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Olio extravergine, puntare su qualità e bassa acidità per il post-Covid

Le richieste di Unaprol per una legislazione più attenta al prodotto italiano e gli investimenti di Monini sull’agricoltura integrata

di Manuela Soressi

Crisi olio, Unaprol: Ue abbassi livello acidità extravergine

Le richieste di Unaprol per una legislazione più attenta al prodotto italiano e gli investimenti di Monini sull’agricoltura integrata


3' di lettura

L'olio extravergine di oliva italiano punta verso l'alto. A 60 anni tondi dall'entrata in vigore della legge n.1404 che ne ha stabilito la classificazione merceologica e in un anno difficile e anomalo, torna a farsi spazio l'idea che servano nuove norme, più severe, per identificare il prodotto top quality. E differenziare l'extravergine italiano dai tanti, numerosi e agguerriti competitor, che puntano su grandi volumi a scapito della qualità, a partire dalla Spagna. Avvantaggiati dal fatto che il Coi (Consiglio oleicolo internazionale) ha fissato a 0,8% l'acidità massima dell'extravergine.

Ora in Italia, complice l'anomala situazione del mercato interno e le criticità sul fronte delle esportazioni, si torna a chiedere di abbassare questo limite allo 0,3-0,4%. Il che farebbe riclassificare come vergine gran parte della produzione spagnola e tunisina, con un effetto immediato sui prezzi di mercato. Una battaglia che riesce a mettere d'accordo olivicoltori e trasformatori.

«Pretenderemo una revisione della classificazione degli oli che preveda maglie più strette e garantisca la definizione di ‘extra vergine' solo a quelli di qualità. Non possiamo competere su un mercato falsato, anche se questo dovesse comportare per il nostro Paese scelte durissime, come l'uscita dal Coi», ha detto David Granieri, riconfermato nell’assemblea del 2 luglio presidente di Unaprol (associazione che rappresenta 160mila produttori).

I giochi non sono aperti solo a livello internazionale. Anche in Italia si attendono delle novità, come lo sblocco del disegno di legge sulla regolamentazione dell'extravergine di alta qualità, fermo da anni. «Se non proteggiamo realmente le nostre migliori produzioni rischiamo di essere perdenti rispetto ai paesi che si sono attrezzati per produrre in modo più efficiente, come la Spagna, e come Argentina, Cile e Sudafrica, che si rivolgono ai dinamici mercati dell'emisfero meridionale», spiega Zefferino Monini, presidente e amministratore delegato dell'azienda di famiglia (144 milioni di fatturato, 44% realizzato all'estero) e “anima” del Consorzio Extravergine di qualità (Ceq), che certifica gli oli in base a regole precise, garantendo una qualità superiore, in primis sotto il profilo nutraceutico.

«Non possiamo più difenderci dietro l'italianità ma dobbiamo offrire prodotti con requisiti sempre più alti – aggiunge Monini – e far passare il messaggio che il nostro olio è diverso perché ha caratteristiche salutistiche e nutraceutiche»
Come garantirle? Puntando sulla modernizzazione e l'innovazione per ottenere la massima qualità già in campo, grazie a impianti nuovi e sistemi efficienti (come l'irrigazione a goccia), sostenibili e che danno olive più ricche di antiossidanti.
Questi principi sono alla base del nuovo piano con cui Monini investe sull'olivicoltura in Italia: ha già speso 10 milioni di euro (ma saranno 25 entro il 2030) per mettere a dimora un milione di olivi tra Umbria, Puglia e Basilicata, e per arrivare al 100% di prodotti italiani certificati CEQ e di oliveti in agricoltura integrata o biologica.Ma per affermare l'olio di alta qualità non basta produrlo bene.

Occorre anche farlo riconoscere e apprezzare dai consumatori. E qui la Gdo gioca un ruolo centrale, visto che vende il 65% dell'olio consumato a casa e che l'extravergine è il re dei prodotti “traffic builder”. Soprattutto quando è in offerta, come accadeva nel 63-65% delle vendite, distorcendo il valore di un mercato dai volumi stabili. Ma la pandemia ha cambiato lo scenario. «In questi mesi il mercato è tornato a crescere nonostante la pressione promozionale si sia ridotta di quasi 10 punti – spiega Riccardo Cereda, general manager di Monini –. Tra gennaio e maggio le vendite in volume sono cresciute del 9% e a giugno hanno avuto un picco del 20%».

A trascinarle sono state alcune promozioni particolarmente riuscite. Difficile liberare le vendite dalla morsa del prezzo più basso. Eppure, conclude Monini, «a una famiglia basterebbe una spesa di un euro al giorno per portare in tavola un extravergine di alta qualità».

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