ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa fotografia scattata da Inapp

Oltre 570mila digital workers in Italia: 3 su dieci senza contratto

Il presidente Fadda in audizione alla Camera: «È presumibile che tali forme di lavoro si espandano in futuro»

di Andrea Carli

(foto Ansa)

3' di lettura

Sono 570.521 le persone che lavorano tramite una piattaforma digitale e per 274mila si tratta della propria attività principale. Lo ha spiegato il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda, intervenuto in audizione in commissione Lavoro della Camera sulla direttiva Ue relativa al miglioramento delle condizioni di lavoro dei cosiddetti “platform workers”.

Chi sono

Le prestazioni lavorative fornite attraverso le piattaforme si dividono in due categorie: quelle che si svolgono in ambiti fisici territorialmente localizzati (per esempio, consegne a domicilio, servizi di cura, trasporti), “location based platforms” , e quelle che invece si svolgono e si scambiano interamente sulla rete (per esempio, traduzioni, programmazione informatica, progettazione), “Web based platforms”.

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La fotografia scattata nel 2021

Fadda ha fatto riferimento a un’indagine Inapp/Plus del 2021, che ha fornito uno spaccato di questi lavoratori e delle condizioni in cui operano.«È presumibile, sulla base delle tendenze evolutive dei fenomeni sopra menzionati, che tali forme di lavoro si espandano in futuro», ha sottolineato Fadda.

La precarietà legata alla tipologia dei rapporti contrattuali

Tra gli aspetti messi in evidenza in audizione, la precarietà legata alla tipologia dei rapporti contrattuali: il 31% lavora senza contratto (il che significa che possono essere reclutati di volta in volta per una mansione senza alcuna garanzia di continuità: qualcosa che “somiglia” al caporalato), solo l’11% ha un contratto di lavoro subordinato. «Allo stato attuale, la continuità del lavoro è quindi condizionata al rispetto da parte del lavoratore di una metrica valutativa gestita da un algoritmo, e ciascun lavoratore può essere di punto in bianco disconnesso dalla piattaforma o relegato a incarichi meno remunerativi a pura discrezione dell'algoritmo stesso. Come si può immaginare - è la domanda posta dal presidente Inapp ai deputati - che persone comprese tra i 30 e i 50 anni di età (fascia dove si ha la maggiore concentrazione di tali lavoratori), età in cui si crescono famiglie, si stabilizzano assetti abitativi, si consolidano posizioni sociali, siano costrette a vivere sotto l’incubo della totale precarietà? Bisogna ricordare che per il 50% dei lavoratori in piattaforma esso rappresenta l’unica via per accedere al mercato del lavoro data l’assenza di altre opportunità di lavoro, mentre solo il 12% dichiara di aver lavorato al solo fine di ottenere semplicemente un reddito aggiuntivo».

Oltre 570mila platform workers

A fronte di un numero complessivo pari a 2.228.427 di persone di età tra i 18 e i 74 anni che hanno dichiarato di aver ricavato un reddito tra il 2020 e il 2021 attraverso l’uso di piattaforme digitali, il 25, 6% di essi ( pari 570.521 persone offrono la loro prestazione lavorativa tramite le piattaforme digitali: sono i veri e propri “platform workers”. Essi, peraltro, rappresentano l’1,3 per cento della popolazione relativa.

Tre categorie

Le persone che lavorano tramite una piattaforma digitale possono essere suddivise in tre gruppi. Il primo: gli occupati che considerano il lavoro svolto per la piattaforma come la loro attività principale (274 mila persone). Il secondo: gli occupati che lavorano per la piattaforma come attività secondaria (139 mila persone). Infine, il terzo gruppo: i non occupati (che possono essere chiamati “occasionali”) che svolgono appunto attività lavorative occasionali guadagnando qualcosa tramite piattaforme digitali (157 mila persone).

«Ora le piattaforme possono veicolare di tutto»

All’origine della diffusione di questa tipologia di lavoratori, ha ricordato il presidente Inapp, «sta, certo, un fattore contingente legato al confinamento nelle proprie abitazioni come misura precauzionale durante la pandemia; ma questo fattore ha semplicemente accelerato un processo basato fondamentalmente sul crescente desiderio di compiere azioni o fruire di servizi senza muoversi dal proprio domicilio e sul crescente sviluppo di tecnologie capaci di convogliare grandi varietà e grandi numeri di prestazioni a domicilio con insolita tempestività. Ora praticamente tali piattaforme possono veicolare di tutto - ha continuato Fadda -, dai pasti alla spesa alimentare, dalla consegna di merci al disbrigo di pratiche, dai servizi di pulizia ai dog-sitters, dalle operazioni di lavanderia fino anche al lavaggio di automobili. Altrettanto variegate e numerose sono le prestazioni che possono svolgersi interamente sulla rete in modalità telematica. La digitalizzazione - è la conclusione - apre strade ancora non interamente esplorate alla realizzazione di servizi senza prossimità fisica e sotto la conduzione dell'intelligenza artificiale».

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