Interventi

Oltre il declinismo, per una riforma della formazione artistica e musicale

di Antonio Bisaccia

5' di lettura

Il tema dell'istruzione, toccato già con efficacia da Mario Draghi al Meeting di Rimini nell'agosto del 2020, contiene una fetta importante della formazione terziaria del nostro Paese: l'Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica. Il richiamo esplicito al tema primario dell'istruzione dichiara la necessità di coniugare la “visione di lungo periodo con l'azione immediata”. Mettere insieme questi due elementi è la sfida che ci sentiamo di cogliere, essendo, già di per sé, un programma ambizioso da sostenere. Queste parole, sillabate con la forza di un bisturi, risuonano particolarmente forte e non possiamo che riconoscerci in esse con pienezza. Gli attori degli stabilimenti dell'educazione di livello superiore, che riguardano le patrie dottrine di arte e musica, hanno subìto nell'ultimo quarto di secolo un secco arresto che ha nutrito il blob informe e dannoso della burocrazia. Ma siamo sicuri che la burocrazia sia il male peggiore? O essa, forse, si sviluppa meglio laddove la politica segna un'assenza da matita blu? Dico questo perché, nell'ultimo anno, le storiche dinamiche cristallizzate dell'Afam si sono spostate in un'area totalmente differente, attivando – e il ministro del MUR Manfredi se n'è fatto carico con giusta convinzione – una serie di innovazioni che adesso, però, devono imboccare il fatidico ultimo miglio, attraverso la formulazione definitiva, approvazione ed emanazione dei regolamenti tanto attesi.
E mi riferisco, soprattutto, alla progettazione di un reclutamento che prevede l'Abilitazione Artistica Nazionale, la previsione di istituire dottorati di ricerca e di reclutare ricercatori, la statuizione di una programmazione incisiva, la regolazione di una valutazione calmierata e la previsione di interventi sull'edilizia efficienti. Il tutto in un'ottica di definitiva equiparazione reale col sistema dell'universitas. A questo si affianca un prezioso effetto psicologico di rinascita che coinvolge e rilancia tutto il settore e dona finalmente una speranza per i giovani che, fino ad ora, sono stati tagliati fuori dal necessario ricambio generazionale. A Rimini il Presidente Draghi ha affermato che la pandemia ha generato incertezza, ma “(…) c'è un aspetto della personalità dove l'incertezza non ha effetto, ed è il nostro impegno etico”. In tal senso, la ragione morale che deve guidare le scelte, come indicato in quest'intervento, è tutta scolpita nell'idea ampiamente condivisibile che “privare i giovani del futuro è una delle più alte forme di disuguaglianza”.
E disuguaglianza è stata la parola d'ordine che in 25 anni ha pesato, come un'inamovibile pietra tombale, sulle generazioni di giovani che hanno affidato alle Accademie di Belle Arti e Conservatori (ma anche ISIA e Accademie di Arte Drammatica e di Danza) il loro talento e le loro energie, poiché queste istituzioni hanno da sempre “il fine di preparare all'esercizio dell'arte”, come recita l'art. 21 del R.D. 31 dicembre 1923, n. 3123.
Non è senza significato, in quest'ottica, che il 6,1% del PIL, circa 96 miliardi di euro, è la risultante del cosiddetto sistema produttivo culturale e creativo che genera lavoro per circa un milione e mezzo di persone, ovvero, secondo i dati pre-Covid del rapporto Symbola-Unioncamere del 2019, il 6,1%, degli occupati in Italia. Queste storiche istituzioni non formano solo artisti, musicisti, operatori della cultura in generale, specialisti delle nuove tecnologie dell'arte, etc. Esse formano una “generazione di sguardi”: sguardi in movimento che sappiano coltivare nel mondo della ricerca tutto il tessuto di relazioni tra parola e immagine, tra analisi e narrazione, tra arte e prodotto, tra progetto e realizzazione, tra conservazione e innovazione. Già, perché l'art. 9 della Costituzione (La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione), letto insieme all'art. 33 (L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento (…) Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato), indicano che, nel nostro Paese, non solo è necessario “tutelare” l'immenso patrimonio artistico che ci circonda (e non esclusivamente come valore proprio, ma come soprattutto come valore etico) e promuoverlo (nel senso stringente di renderlo dinamico, vivo), ma è dirimente l'impegno di risorse sulla formazione artistica che dovrebbe essere, in qualche modo, il terreno fertile a far sì che tale patrimonio possa continuare a essere prodotto oltre che custodito.

E' necessario fare il salto dalla contemplazione alla produzione, senza il quale il destino delle produzioni artistiche contemporanee non approderanno al futuro. Futuro che non può essere un'enunciazione sterile e citata all'infinito (seconda, forse, solo alla citazione più prolifica di tutti i tempi: quella del “ti amo”). Se il passato è diventato un ingombro da revisionare, il futuro una sorta di religione ideologica cui sottostare e il presente (soprattutto quello remoto) un mero ponte crollato tra le due rive, dovrà essere possibile l'impegno reale di un'istruzione artistica coeva che cresce insieme a chi la produce e a chi la usa. Laddove produzione e uso sono corollari necessari anche allo sviluppo economico oltre che culturale. L'”imperativo e urgente massiccio investimento” – sollevato sempre al Meeting di Rimini – da realizzare nell'area dell'educazione sia allora l'incipit di una nuova ragionevolezza realmente incisiva che consenta di superare quella dicotomia tra le due culture, quella tecno-scientifica e quella umanistica e artistica, che è solo e unicamente un retaggio di una ideologia romantica di cui noi abitanti del terzo millennio faremmo bene a liberarci il prima possibile. Infatti, la cultura come, nello stesso tempo, salvaguardia dei valori della tradizione e possibilità di investimento nelle risorse future; la cultura come possibilità di iniziativa e sperimentazione continua, volta a individuare nuove forme di sapere e nuovi modelli di interazione tra l'uomo e l'ambiente; la cultura, infine, come condizione di emancipazione e crescita spirituale del genere umano è sempre e solo una. E l'arte, in tal senso, non può che costituire un fondamento imprescindibile per la conferma e lo sviluppo di una coscienza civile da un punto di vista anche transnazionale. Forse il più efficace viatico per riconoscere la matrice espressiva della diversità, accettandola come dato non solo ineludibile ma imprescindibile.
La formazione artistica e musicale, in quest'ottica civica, dovrebbe strutturarsi come strumento efficiente per coniugare le forme di rappresentazione del mondo con le istanze d'interpretazione dello stesso, foss'anche – borgesianamente – all'interno del destino performativo di una “Mappa dell'Impero” in scala 1:1. Ma con la consapevolezza di poter riconoscere ed alimentare il precipitato etico e umano di conoscenza che è il proprium di ogni linguaggio artistico e musicale.

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Presidente della Conferenza Nazionale dei Direttori delle Accademie di Belle Arti e Accademia d'Arte Drammatica.

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