amos oz

Oltre la morte, il racconto

di Giulio Busi

4' di lettura

Si possono usare i libri in vario modo. Per distrarsi, per annoiarsi, per rinsavire, oppure per perdersi e ammattire. Più uno scrittore è grande, maggiore è il novero delle possibilità. Nelle giornate tristi vi tiene bordone e vi rende l’umore più nero della tenebra. Se siete allegri, una bella pagina, ben scritta, acuta, può essere luminosa come il sole a picco. Ci si può servire di un libro per predire il futuro, o addirittura, per addolcire la morte. «Come la moglie di Lot: per scrivere sei costretto a guardare indietro. E con ciò il tuo sguardo trasforma te e loro in statue di sale». La frase è di Amos Oz. È ora che Oz è mancato, ci guardiamo indietro, e capiamo che aveva ragione. Siamo statue di sale, tutto è arso, desertificato, impietrito. Il passato si ferma, per un attimo, per qualche ora, per una manciata di giorni. I milioni di lettori che lo hanno amato riandranno come me allo scaffale con i suoi volumi. E si chiederanno, ci chiederemo – cosa resta?

Oz è stato un letterato grande, per ampiezza del suo orizzonte espressivo, e un altrettanto energico suscitatore di idee e di polemiche. Il suo impegno civile, e l’occhio critico verso la politica israeliana gli hanno portato molti estimatori e almeno altrettanti avversari. La sua penna ha dato voce al mondo del kibbutz, la struttura collettiva che, nel secolo scorso, tanto ha influenzato la vita economica e sociale d’Israele. Oz veniva da quel mondo, fatto di utopie e disillusioni, ne conosceva dal di dentro pregi e difetti. Così come conosceva, per averli vissuti in prima persona, i lati vitali e dinamici e quelli più oscuri e complessi della società israeliana. In un’intervista che mi aveva concesso solo qualche mese fa, Amos Oz aveva insistito sui ritmi propri di uno scrittore, e sul suo bisogno di lentezza. Il suo era un artigianato della parola, capace di tornire ogni frase in modo da renderla perfetta, apparentemente naturalissima. Nelle splendide traduzioni di Elena Loewenthal, i suoi romanzi hanno spalancato, anche dinnanzi ai lettori italiani, i paesaggi arrovellati del deserto e gli animi, non meno intricati, degli israeliani d’oggi. Senza retorica e senza concessioni, ma con molto amore.

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A proposito di amori, due sono le bellezze che lo hanno soprattutto irretito. Quella della madre, morta suicida e rimpianta per tutta la vita, e l’altra, la bellezza prorompente e misteriosa di Gerusalemme. Si fa presto a dire amore. Se fosse così semplice, accostare due nostalgie – una donna perduta e una città inafferrabile – saremmo tutti scrittori di fama. Bisogna addolcirle, le bellezze. Velarle, le parole. Rivestirle, le statue di sale. «Ma perché mai scrivere di quel che esiste senza bisogno di te? Perché mai disegnare con le parole quel che non è parole?». Oz, scelto all’impronta tra migliaia di sue frasi, mi svela uno dei suoi segreti, ovvero l’abilità di disegnatore provetto. I suoi sono album vasti e ambiziosi, pieni di disegni. Vergati a matita, senza sbavature, disegni fatti con parole per ritrarre «quel che non è parole». Vedete? Lui lo scrive, noi intuiamo quel che vuol dirci, ma un attimo più tardi già l’immagine si è dissolta. Come si è irrimediabilmente sfatta la moglie Lot, prima che potessimo fissare i suoi tratti nella nostra mente. Allo stesso modo, nella mia memoria di adesso, si dissolvono le notti insondabili ai margini delle pietraie desertiche, che tanta gioia e tanta pena recano ai protagonisti dei romanzi di Oz.

Lui disegnava dal vero, fissava il suo sguardo mobile e inquisitorio su oggetti e persone, e poi si rinchiudeva nel proprio silenzio, per ritrarre e per ridire. «La letteratura è un invito – mi aveva ripetuto in quell’ultima intervista – Prendi il posto altrui, mimetizzati, prova come ci si senta in paesaggi estranei». Impara com’è bello essere diversi. O com’è pauroso, soffocante, storto. E quando l’hai imparato, disegnalo con frasi, aggettivi, silenzi, affinché anche gli altri lo possano cogliere. Se fosse necessario, puoi anche impiegare il sale, ma lascialo cuocere all’ardore del sole, asciugalo con il vento delle afflizioni.

Chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo mentre leggeva ad alta voce le sue prose, conosce il fascino del timbro profondo, ben impostato, ammaliante. C’era, in Amos Oz, qualcosa di un cantastorie d’altri tempi, abile nel creare un altrove provvisorio, diafano, sonoro, per i soli astanti, dedicato a chi si trovasse in un certo luogo, a una data ora. La letteratura come gesto, o se volete, “performance”, appartiene al carattere più intimo e autentico della sua vena espressiva. Oz è autore fortemente gestuale. E, a suo modo, visuale, anche se si tratta di una visualità spesso capovolta: «Ai lati della strada c’erano degli eucalipti piantati a scopo bellico, cioè per proteggere il movimento sulla strada dagli attacchi degli aerei nemici». Scrivetela, una frase così e, ancora prima, provate a vederli anche voi, siffatti “eucalipti bellici”. Se mai è esistito un fiore simbolo della letteratura israeliana, questo potrebbe essere quello giusto. Profumato, inebriante, candido, di guerra.

I libri di Amos Oz, da Una storia d’amore e di tenebra del 2002 a Giuda, apparso nel 2014, sono tra i capolavori della letteratura contemporanea. Libri che fanno i conti con il passato. Quello biografico, i trascorsi d’Israele e anche il tempo remoto della religione e del mito. Poche figure letterarie degli anni recenti hanno il piglio del giovane e smarrito protagonista di Giuda, in precario equilibrio tra i propri fallimenti e la riscrittura ipnotica del vangelo dell’apostolo traditore. Il Nobel, che è stato cocciutamente negato ad Amos Oz, è invece l’ennesima meschineria della cultura ufficiale. Dimentichiamo allora i premi, e riprendiamo in mano i libri. La vita fa rima con la morte, è il titolo di una sua opera di qualche anno fa, da cui abbiamo tratto la citazione sullo sguardo rivolto all’indietro. Oltre la vita, e al di là della morte, rimane il racconto. Dell’una e dell’altra.

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