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Oltre il parassitismo editoriale, con trasparenza e Fair play

Secondo alcune fonti il New York Times (NYT) avrebbe discusso per settimane con Open AI un accordo di licenza per l’utilizzo dei materiali del NYT nel repertorio dell’Intelligenza Artificiale (AI) ChatGPT.

di Gabriele Cuonzo, Oreste Pollicino e Flavia Scarpellini

A smartphone with a displayed ChatGPT logo is placed on a computer motherboard in this illustration taken February 23, 2023. REUTERS/Dado Ruvic/Illustration 2023-03-07 17:07:38 ILSOLE24ORE INSTANT

3' di lettura

Secondo alcune fonti il New York Times (NYT) avrebbe discusso per settimane con Open AI un accordo di licenza per l’utilizzo dei materiali del NYT nel repertorio dell’Intelligenza Artificiale (AI) ChatGPT. Le trattative non sarebbero andate a buon fine. Il NYT starebbe, quindi, valutando di intentare una causa contro Open AI per l’utilizzo da parte di ChatGPT dei suoi materiali. La vicenda si inserisce nell’aumento dei contenziosi che ha portato negli Stati Uniti molti produttori di AI nelle aule del Tribunale per violazione del copyright altrui.

Nel tentativo di scongiurare altre cause milionarie, proprio Open AI ha raggiunto di recente un accordo con Associated Press per l’uso degli articoli dei suoi associati. La prima questione che sembrerebbe, d’istinto, porre la notizia è se sia verosimile o quantomeno ragionevole che l’autorevolissimo NYT abbia motivo di ritenere, quanto meno in base ai pochi dettagli disponibili, che ChatGPT potrebbe diventare un suo concorrente diretto ove potesse utilizzare il materiale dei suoi archivi. I suoi lettori invece che visitare il suo sito si limiterebbero ad interrogare ChatGPT? La domanda, ad uno sguardo più approfondito, sarebbe in realtà mal posta. Il tema non è tanto quello della percezione di una concorrenza diretta ma di una sorta di parassitismo, rispetto ai contenuti editoriali, che i nuovi meccanismi di intelligenza artificiale di natura fondativa sembrano avere quasi per DNA, sicuramente in modo assai più significativo rispetto a quanto accade sinora con i motori di ricerca. D’altra parte è chiaro che tutti i giocatori di questa partita devono essere valorizzati: essere riconosciuti come autori (trasparenza) e trovare il compenso per la propria opera e/o per il proprio pregresso investimento (si pensi ad esempio, per restare nel settore dell’editoria, all’equo compenso ora riconosciuto agli editori per l’utilizzo online delle pubblicazioni di carattere giornalistico in base alla nostra legge sul diritto d’autore).

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Ma un compenso sarebbe veramente sufficiente? Forme di cooperazione per creare – in futuro - piattaforme di AI che si avvalgono di subset di dati
specifici e certificati per talune
materie potrebbero meglio rispondere a tale esigenza? Un’AI del NYT a pagamento ad un prezzo “premium”?

Altra questione è se l’uso “a monte” di dati coperti dal diritto d’autore o altra privativa industriale (marchi, brevetto, ecc.) da parte delle piattaforme di AI possa costituire violazione di tali diritti, ove ciò avvenga senza licenza o permesso.

Negli Stati Uniti gli operatori di AI fanno appello al concetto di “fair use” (si vedano i casi già decisi di Google Book Library e della Andy Warhol Foundation), ma il rischio per le piattaforme di AI è molto alto. Se venisse riconosciuta la violazione contestata, dovrebbero pagare ingenti risarcimenti e trovare necessariamente accordi per poter continuare ad utilizzare i dati altrui. In Europa, la direttiva sul copyright recepita in Italia nel 2021 ha introdotto un’espressa disciplina sulle eccezioni al diritto di autore per le operazioni di “text e data mining” (TDM), vale a dire per le procedure informatiche di estrazione e rielaborazione di grandi quantità di testi e dati per finalità di ricerca scientifica oppure quando non via sia stata l’espressa riserva d’uso da parte del titolare (purché l’accesso ai dati avvenga in modo legale). Tale normativa non è stata ancora testata sul punto in oggetto, ma potrebbe essere già utilizzata dai proprietari dei siti
web utilizzando i metadati o mettendo apposite clausole nelle condizioni generali di uso del proprio sito che impediscano
l’uso dei loro dati all’AI.

Alla luce del quadro tracciato, sembra che tutti i protagonisti della partita siano in grado, almeno potenzialmente, di adottare già ora delle strategie per valorizzare la loro azione con “fair play”, trasparenza (come indica anche la stessa normativa sull’AI adottanda in sede europea) e rispettando la normativa esistente sul copyright altrui eventualmente utilizzato. In particolare, i creatori di contenuti e le aziende che fanno del loro brand un loro punto di forza (ad esempio nella moda) potrebbero creare o far creare propri dataset completi della loro proprietà intellettuale ad oggi esistente su internet (non solo nei propri archivi) per addestrare piattaforme di AI e produrre essi stessi contenuti coerenti con il loro stesso stile del loro investimento. Ciò consentirebbe anche di tenere traccia e monitorare il proprio “data like” per proteggerlo da possibili evoluzioni non desiderate o non autorizzate e/o concedere in licenza alle piattaforme AI tali dataset con clausole ad hoc . Tutti progetti che costano, vero, ma l’accordo con gli altri giocatori della partita potrebbe contemplare proprio un contributo “tecnico” per fare evolvere piattaforme “dedicate” in concorrenza tra di loro in base alla qualità dei contenuti e delle tecniche
di monitoraggio del loro
addestramento.

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