oggi l’incontro a Helsinki

Oltre il Russiagate: che cosa dobbiamo aspettarci dal vertice Trump-Putin

di Antonella Scott


Helsinki, Trump e Putin all’appuntamento con la storia

5' di lettura

Se Donald Trump sperava che il suo incontro del 16 luglio con Vladimir Putin potesse essere più piacevole della tempestosa settimana trascorsa con gli alleati europei, si sbagliava. La «bomba» lanciata alla vigilia del vertice di Helsinki dal procuratore speciale Robert Mueller - che ha formalizzato l’incriminazione di 12 agenti dei servizi militari russi, accusati di aver violato nel 2016 la rete informatica del partito democratico americano - ha mandato all’aria ogni speranza di poter spazzare il Russiagate sotto il tappeto: sbrigando magari frettolosamente la pratica con un’affermazione generica di condanna, da parte di Stati Uniti e Russia, di ogni tentativo di manipolazione dei processi elettorali altrui.

Il Russiagate sotto il tappeto
«Vmeshatel’stvo», interferenza, questa è la parola che il Cremlino non avrebbe mai accettato di inserire in un’eventuale dichiarazione congiunta su cui le due diplomazie hanno lavorato per giorni. E ora che il dipartimento Usa alla Giustizia ha direttamente collegato allo Stato russo il furto e la diffusione di mail e documenti, entrando nel dettaglio dei cyberattacchi orchestrati ai danni della campagna elettorale di Hillary Clinton, la ricerca di un giro di parole accettabile per entrambi i partecipanti al summit sembra troppo complicata. Quindi Jurij Ushakov, consigliere del presidente russo, ha fatto sapere che i colloqui tra Putin e Trump non saranno seguiti da un documento scritto. Resteranno, ancor più pressanti, i dubbi su quanto i due presidenti arriveranno a dirsi nel tête-à-tête che li vedrà da soli, con l’eccezione degli interpreti. Quanto sarà duro il pressing di Trump che fino a ieri ha definito l’inchiesta sul Russiagate una caccia alle streghe? Ora c’è una lista di 12 nomi. Che argomenti avrà il presidente russo per rispondere?

Gli accordi di Helsinki
Mueller ha rovinato i piani di Putin, che non aveva alcuna intenzione di presentarsi a Helsinki sulla difensiva. Sarebbe comunque uscito vittorioso da un incontro che riporta la Russia ai vecchi tempi dei summit tra superpotenze. L’isolamento russo aveva già iniziato a sciogliersi nei mesi scorsi, quando Putin ha rivisto a Sochi Angela Merkel, ha ricevuto Emmanuel Macron a San Pietroburgo, è tornato a Vienna. Ma soltanto gli Stati Uniti possono appagare l’aspirazione di Mosca di tornare ai massimi livelli, interlocutore che discute i grandi problemi del pianeta su un piano di parità. Un ruolo che il Cremlino ritiene gli sia stato negato dalle precedenti amministrazioni americane. Ora la capitale finlandese rievoca gli accordi sottoscritti da Gerald Ford e Brezhnev, nel 1975, i negoziati del 1990 tra Gorbaciov e Bush senior, con l’Urss che arrivò a sostenere gli Stati Uniti contro l’Iraq. Con Trump, si potrebbe ricominciare.

Il ritorno dello Start: un nuovo inizio
Il fronte più adeguato per farlo è quello del controllo degli armamenti. Un ambito in fondo meno complesso di tutti gli altri temi in agenda: Russia e Stati Uniti sono ancora i Paesi che dispongono dei più grandi arsenali nucleari del pianeta, possono riprendere in mano i negoziati senza coinvolgere altri, in uno scenario meno affollato di quelli del conflitto in Siria o in Ucraina. Trump e Putin potrebbero riprendere il filo della non proliferazione affrontando le accuse reciproche di violazione del Trattato Inf (che dal 1987 mette al bando missili balistici e di crociera a medio e corto raggio) ma soprattutto riaprendo il capitolo Start: la riduzione delle armi nucleari strategiche. Il trattato «Nuovo Start» del 2010, in scadenza nel 2021, ha portato i rispettivi arsenali al livello più basso da decenni, non più di 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per parte. Il trattato inoltre limita il numero dei bombardieri in grado di trasportare armi nucleari e dei missili balistici intercontinentali a terra e montati su sottomarini. L’impegno a dare un seguito al nuovo Start - avviando negoziati per ampliarlo o almeno estenderlo fino al 2026, un auspicio di entrambe le parti - è probabilmente il risultato migliore che ci si può attendere da Helsinki.

Il groviglio siriano
Considerato il livello in cui sono precipitate le relazioni russo-americane, l’importanza di un accordo sul disarmo sarebbe soprattutto nei canali di comunicazione e di lavoro e verifiche comuni che Mosca e Washington dovrebbero riaprire per dare un seguito alle intese. Al momento si può contare solo sulla linea aperta che i due capi di stato maggiore, i generali Valerj Gerasimov e Joseph Dunford, hanno mantenuto per evitare scontri diretti in Siria, dove entrambi i Paesi sono impegnati militarmente. Proprio in Finlandia Gerasimov e Dunford si sono incontrati in giugno, per discutere di sicurezza in Siria e preparare il vertice dei presidenti. Un miglioramento del clima bilaterale potrebbe generare altri passi avanti. E tuttavia la Siria è un groviglio troppo complesso perfino per russi e americani. Putin, che tratta con tutti gli attori in campo cercando di mediare tra interessi opposti (come dimostrano le visite che la settimana scorsa gli hanno reso il premier israeliano Benjamin Netanyahu e, il giorno dopo, Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei), cammina su un filo. Israele e Stati Uniti gli chiedono di mettere un freno alle ambizioni di Teheran, alleata di Mosca nella guerra a fianco di Bashar Assad. Se anche il Cremlino avesse il potere di manovrare a piacimento gli iraniani, non intende restare solo a sostenere Damasco. E di certo non rinuncerà al ruolo conquistato in Siria. Che cosa potrebbe offrire in cambio Trump?

Il fronte del petrolio
Con la Russia, peraltro, gli iraniani nel mirino delle sanzioni americane sono già irritati per l’aumento della produzione di petrolio concordata con gli altri Paesi dell’Opec il mese scorso: il tentativo di riportare sul mercato i barili necessari a stabilizzare i prezzi, cresciuti anche a causa del blocco alle esportazioni iraniane imposto dagli Usa. Su questo fronte l'equilibrio è delicato: Mosca ha trovato un’intesa con i sauditi, che non vogliono rincari esagerati del greggio ma devono finanziare la modernizzazione del Paese, e non hanno interesse a veder scendere troppo i listini. Ritengono di aver fatto la propria parte, e difficilmente anche Putin darà retta a Trump, che vuole più petrolio sul mercato e prezzi bassi. Tra i due peraltro il tema energia è scottante, perché chiama in causa la guerra che il presidente americano sta facendo a Nord Stream 2, il gasdotto tra Russia e Germania.

Mani legate su sanzioni e Crimea
Gli Stati Uniti hanno coinvolto Nord Stream - rivale dello shale gas americano - nell'ultima tornata di sanzioni decise in risposta al Russiagate, determinate a colpire qualunque compagnia straniera cooperi con Mosca sul piano energetico. Sul fronte sanzioni, dal presidente americano Putin potrebbe ottenere l’impegno per un alleggerimento delle restrizioni imposte a Rusal, il colosso dell'alluminio russo che ha trascinato i mercati globali nei propri guai. Ma pochi, al Cremlino, si aspettano qualcosa di più: anche tornando all’origine di questa epoca di gelo, alla crisi ucraina, nessuno sembra nella posizione di voler concedere qualcosa. Troppo vaghe, nel corso di due recenti telefonate tra Putin e il presidente ucraino Petro Poroshenko, le allusioni allo schieramento di peacekeepers in Ucraina orientale. La vera soluzione laggiù sembra ancora impossibile. E se anche Trump malgrado tutto volesse marcare la propria irritazione verso Mueller e fare regali all'uomo che avrà davanti a Helsinki, magari dando un seguito all'affermazione che «la Crimea è russa perché lì parlano russo», il Congresso gli lega le mani. Le sanzioni alla Russia sono scritte in una legge - firmata da Trump l’estate scorsa - in cui si afferma che «è politica degli Stati Uniti non riconoscere mai l'annessione illegale della Crimea da parte del governo della Federazione Russa o la separazione di alcuna parte del territorio ucraino attraverso l’uso della forza militare». Non sarà Helsinki, tanto più sotto l’ombra del Russiagate, a cambiare le cose.

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