Cassazione

Omicidio colposo per l’automobilista anche se il ciclista di notte non usa il giubbetto catarifrangente

Per il guidatore dell’auto, un’infermiera che staccava dal turno in ospedale, minimo della pena anche in considerazione della stanchezza

di Patrizia Maciocchi

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(Photographee.eu - stock.adobe.com)

Per il guidatore dell’auto, un’infermiera che staccava dal turno in ospedale, minimo della pena anche in considerazione della stanchezza


2' di lettura

Rischia l’omicidio colposo l’automobilista che di notte, in una strada senza illuminazione, investe e uccide il ciclista, anche se questo non indossava il giubbetto catarifrangente. Il ragazzo era comunque visibile grazie alle luci posteriori della bici. La conducente dell’auto, un’infermiera, viene comunque condannata a sei mesi, minimo della pena, in considerazione del suo stato di stanchezza al turno in ospedale appena terminato. La Corte di cassazione (sentenza 3326) respinge il ricorso della donna, che era stata assolta in primo grado con la formula perché il fatto non costituisce reato. Il tribunale, in un verdetto ribaltato in appello, aveva fatto prevalere gli elementi a favore dell’imputata.

La sentenza

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Le luci del ciclista...

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Non c’era prova che la luce dei pedali della bicicletta fosse visibile perché la vittima portava delle scarpe sportive e certamente non aveva il giubbetto catarifrangente, malgrado la strada priva di illuminazione e l’ora notturna. La Corte territoriale - nell’annullare l’assoluzione essenzialmente sulla base di una relazione del perito - aveva dato un peso ad altre circostanze. La ricorrente viaggiava ad una velocità compresa tra 63 e 73 km, in una strada con limite a 70, troppo per il tratto in cui si trovava: all’interno di un sottopassaggio, con visibilità ridotta, nessuno spazio di manovra, e una vasta pozzanghera sul lato destro. Proprio la presenza dell’acqua aveva indotto il ciclista a spostarsi quasi al centro della strada, a circa 90 centimetri dal margine destro della carreggiata.

...e quelle dell’auto

Per la Suprema corte la motivazione “rafforzata” dei giudici di appello, imposta quando si deve riformare in peggio un verdetto, è convincente. L’assenza del giubbotto non è dirimente e non lo è neppure la visibilità dei fanalini dei pedali, perché il ragazzo era visibile grazie ai led posteriori. L’automobilista se avesse azionato gli abbaglianti poteva vederlo prima del sottopasso, e a 10 metri con gli anabbaglianti. La presenza del ciclista quasi al centro della via, avrebbe dovuto imporre una maggiore prudenza. E una prova della scarsa attenzione, per i giudici, sta anche nell’assenza di frenata o di tentativi di deviazione.

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