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“On purge bébé“ e l'eredità leggera di Philippe Boesmans

Lo spirito libero del compositore scomparso aleggia per tutta l'opera

di Chiara Castellazzi

Credit: Jean Louis Fernandez

3' di lettura

Con “On purge bébé“ che ha visto la luce la scorsa settimana al Théâtre Royal de la Monnaie di Bruxelles (e resterà in scena fino al 29 dicembre) il compositore belga e internazionale Philippe Boesmans, scomparso lo scorso aprile, ha lasciato al pubblico e al mondo della musica la sua eredità di irriverenza e di leggerezza.

A raccolta c'era giustamente tutta la famiglia della Monnaie - alla quale strettamente l'autore apparteneva da quando negli anni '80 fu chiamato come compositore “della casa” - per commemorarlo e presentare al meglio quest'opera postuma, la sua nona, portata a termine per le ultime due scene da Benoît Mernier che gli fu allievo e amico e che ha ricevuto questa investitura da lui stesso, praticamente sul letto di morte.

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Credit: Jean Louis Fernandez

Feydeau

Dopo titoli intimisti come “Julie” da Stridberg, dopo “Wintermärchen” che integrava in una scena il jazz-rock degli Aka Moon – anche il geniale Fabrizio Cassol, compagno di imprese pure di Alain Platel, era stimato ed estimatore dello scomparso – dopo l'ultimo “Pinocchio” che alternava momenti atonali per il ventre della balena ad altri solari di colore italiano, Boesmans ha qui ingaggiato la sfida, durata lungo tempo, di misurarsi con un'opera su Feydeau. E per la quale aveva chiesto fin da subito la complicità del regista, nonché attuale direttore dell'Opéra de Lyon, Richard Brunel.

Credit: Jean Louis Fernandez

Anarchico e scanzonato

Sforbiciate e adattamenti di libretto, condotti da entrambi in tandem, del celebre vaudeville hanno sfoltito due terzi del testo e portato in scena soltanto i coniugi Follavoine, Aristide e Clémence Chouilloux, Horace Truchet l'amante di lei e un bébé Toto costipato e re: bimbo nelle prime scene, poi attore adulto, alto e allampanato (Tibor Ockenfels) che porta avanti la sua ostinazione “fuori scala”.Sebbene per dar vita a Feydeau sia disposta in scena una stanza wc ben visibile e “utilizzata”, sebbene fumi sospetti e materia marron “entrino” nel finale, il gusto non è certo di scandalizzare, ma di giocare appieno con quello spirito anarchico e scanzonato che amiamo in molta creatività belga.

E un pensiero sul significato del riso si insinua in un'opera lieve e decisamente “scatologica”, voluta dall'ottuagenario Boesmans in vece dell'escatologia.Siamo nella stanza di bébé la cui costipazione è messa in piazza fin da principio dai genitori battibeccanti: Julie Follavoine – Jodie Devos la rimarchevole soprano già Regina della Notte in un passato “Zauberflöte” bruxellese e qui in trasandata tuta da ginnastica e Bastien Follavoine, il baritono Jean-Sébastien Bou agile e teatrale. Decisamente a suo agio nella parte del marito in cerca di una commessa dell'esercito per la produzione dei suoi vasi da notte “infrangibili”. Il testo è molto scandito da parola e orchestra. Con sospensioni e “trompe-l'oreil” dell'orchestrazione che con cesure impercettibili lasciano pieno spazio alle battute.Alcune citazioni musicali si susseguono fra il varietà, il Mendelssohn della “Grotta di Fingal” quando si parla delle isole Ebridi e, sfrontatamente, il tema del Graal dal “Parsifal” quando viene innalzato il vaso da notte.Al centro soltanto l'azione, tranne in un momento di armonia di coppia dove trova spazio un duetto più elegiaco.

Poi arriva Aristide Chouilloux, il giovane tenore Denzil Delaere dal giusto spirito e physique du rôle tanto nell'impettita entrée in uniforme tutta decorata di medaglie, che nel ballo in mutande e reggicalze a decantare i benefici intestinali delle cure di Plombières. E i duetti danzati dei due uomini sono ben condotti dal regista se gli interpreti li eseguono con tale divertita naturalezza. D'altronde è chiaro al metteur en scène – librettista Brunel che il corpo e i suoi prodotti sono il cuore di questa pièce.Il décor di Etienne Pluss e i costumi di Bruno De Lavenère slittano fra l'atemporale e le caratterizzazioni anni '60. Resta viva e vivace l'attenzione alla teatralità del compositore. Le note scandite una per sillaba (il ripetuto e feydeauviano “co-cu” può valere da esempio) e gli spazi strumentali lasciati a vantaggio dell'intellegibilità delle parole non cancellano però le discrepanze ritmiche del teatro d'opera e di vaudeville, che è necessariamente diverso nei tempi e per immediatezza.Pure il direttore era perfettamente scelto nel versatile, giovane e brillante Bassem Akiki che ben conosce il Teatro d'opera federale belga dove ha diretto fra gli altri il “Frankenstein” di Mark Grey. Come gli interpreti sono assai credibili, così l'orchestra sa tenere egregiamente il suo posto, quasi fosse personaggio a sua volta. La breve partitura di Mernier si inserisce senza scossoni, dopo la piccola cesura musicale che lo stesso Boesmans aveva previsto quando entrano Clémence e Horace, preconizzando che un cambiamento avvierà il plot alla conclusione.Troviamo lo spirito, libero, del compositore scomparso che aleggia per tutta l'opera ed è come si materializzasse alla fine, quando, dall'alto come dalla porta di un altrove, Philippe, “Phiphi” per gli amici, si affaccia in foto a figura intera, caldamente applaudito da pubblico, cantanti e orchestra.


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