vertice a vienna

Opec+ divisa sulla durata dei tagli al petrolio: fine dell’idillio tra Riad e Mosca?

di Sissi Bellomo

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(Ap Photo/Ronald Zak)

3' di lettura

I tagli alla produzione di petrolio continueranno anche dopo il mese di marzo. Ma a poche ore dal vertice che riunirà i ministri dell’Opec e dei Paesi alleati (Opec+) non ci sono altre certezze. Se tutti sono ormai d’accordo sulla necessità di andare avanti, nelle stanze degli hotel viennesi e nel quartier generale dell’Organizzazione si tratterà fino all’ultimo minuto per sciogliere il nodo cruciale della durata della proroga.

Il Comitato congiunto di monitoraggio sui tagli – un organismo ristretto, di cui fanno parte anche i protagonisti principali della coalizione, l’Arabia Saudita e la Russia – non è riuscito ad accordarsi su una proposta univoca da sottoporre al voto (che dovrà essere unanime, secondo lo statuto dell’Opec, per tradursi una decisione ufficiale). L’estensione dei tagli produttivi fino al termine del 2018, che fino a poco tempo fa il mercato dava per scontata, è solo «una delle raccomandazioni», ha riferito il ministro del Kuwait, Issam Al Marzouq, che presiede il Comitato. Sul tavolo ci sono ancora almeno due soluzioni alternative: una proroga più breve – di sei mesi anziché nove, come vorrebbero i sauditi – e una proroga di nove mesi, ma con revisione a giugno, al prossimo vertice Opec.

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L’ipotesi più verosimile è che l’esito sarà proprio quest’ultimo, anche se il mercato non lo digerirebbe facilmente. «Sulla carta la proroga può anche essere di vent’anni, ma se c’è una revisione dopo tre mesi di fatto è una proroga di tre mesi», ha commentato Olivier Jakob di Petromatrix. Lo smorzarsi delle aspettative ha pesato anche sulle quotazioni del barile, che hanno perso oltre l’1%, scendendo sotto 63 dollari nel caso del Brent.

La Russia – che finora, contro ogni pronostico, si è dimostrata un alleato leale dell’Opec – ha manifestato in diverse occasioni di volere un accordo più flessibile, che riesca a seguire l’evoluzione dei fondamentali di mercato: la domanda di greggio, che ora cresce a un ritmo molto sostenuto, potrebbe afflosciarsi (e le previsioni su quello che accadrà nei prossimi mesi non sono unanimi), mentre un’offerta troppo ristretta rischia di surriscaldare eccessivamente il prezzo del barile, incoraggiando ancora di più le estrazioni di shale oil e in generale favorendo i concorrenti. La Russia teme anche che il rublo si rafforzi troppo, penalizzando la sua economia. Inoltre sta faticando a tenere a freno le diverse compagnie petrolifere (anche straniere) che operano nel Paese e che sono sempre più insofferenti ai tagli.

«Il mercato petrolifero non è ancora del tutto riequilibrato – ha concesso il ministro dell’Energia russo Alexander Novak, lasciando la riunione del Comitato di monitoraggio – C’è bisogno di sforzi congiunti anche dopo il 1° aprile. Tutti hanno raccomandato che l’accordo sia esteso e domani discuteremo i dettagli concreti». «È importante – ha aggiunto Novak – elaborare una strategia da seguire dopo aprile». «Il lavoro non è finito», ha affermato anche il saudita Khalid Al Falih, rallegrandosi per il risultato «molto gratificante» dei tagli produttivi, ma esortando a «non compiacersi». «C’è ancora bisogno di duro lavoro e impegno – ha proseguito il ministro – Serve il pieno impegno di tutti i Paesi».

La sua posizione è apparsa più netta di quella di Novak, non perfettamente sovrapponibile come era stato agli ultimi due vertici. Anche il linguaggio del corpo ha tradito un certo raffreddamento tra il saudita e il russo: lo scorso giugno erano sempre insieme, scherzavano, parlavano all’unisono, ma ieri pomeriggio si sono presentati separatamente nella sede dell’Opec (pur arrivando entrambi dall’Hyatt Hotel, dove avevano appena avuto un colloquio privato) e nella grande sala riunioni si sono seduti ai due estremi del tavolo. Aprendo i lavori del Comitato, Al Falih ha comunque ringraziato in modo specifico la Russia per il suo ruolo nella coalizione Opec-non Opec. Il saudita si è poi congratulato con tutti gli alleati che hanno tagliato più di quanto promesso, mentre ha tirato le orecchie a chi non tiene fede agli impegni: «Voglio cogliere l’occasione per spingere i pochi Paesi che hanno sottoperformato a riallinearsi».

Il pensiero va soprattutto al Kazakhstan, che questo mese ha raggiunto un record di produzione a 1,9 milioni di barili al giorno, 127mila bg in più rispetto a ottobre. Ma Al Falih forse alludeva anche alla necessità di imporre un tetto produttivo a Libia e Nigeria, Paesi finora esonerati dai tagli, ma con estrazioni in forte ripresa.

«Se n’è parlato», ha confermato il ministro del Petrolio nigeriano, Emmanuel Ibe Kachikwu. «Ma l’Opec riconosce i nostri sacrifici ed è disposto a darci tempo».

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