petrolio

Opec in marcia verso i mercati finanziari

di Sissi Bellomo

(Imagoeconomica)

3' di lettura

Il muro che per decenni ha separato l’Opec dai mercati finanziari si sta sgretolando. L’ultimo segnale è arrivato dall’Iraq, che ha rivelato di volersi accostare all’hedging per proteggere dalle fluttuazioni di prezzo fino a un quarto della sua produzione di greggio: si tratterebbe di un programma imponente, con operazioni in derivati che potrebbero riguardare 400 milioni di barili di greggio all’anno.

Il Messico – uno dei pochi Paesi petroliferi (non Opec) impegnati in larga scala in questo tipo di attività – vende in anticipo circa 250 milioni di barili all’anno attraverso opzioni e l’impatto sui mercati, nonostante tutte le cautele adottate dal ministero delle Finanze, in qualche caso in passato è stato avvertito in misura rilevante. Alcuni studi sono arrivati alla conclusione che l’hedging messicano ad esempio abbia accelerato la caduta delle quotazioni del petrolio nel 2008 e nel 2014.

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A parlare dei piani di Baghdad, proprio nei giorni del vertice Opec, è stato Falah Al Amri, direttore generale della Somo (State Oil Marketing Organization). La società, che commercializza il petrolio iracheno, si è già icamminata su strade innovative, creando insieme alla russa Litasco (Lukoil) la Lima, una società di trading con cui ha iniziato a vendere parte della produzione all’asta sulla Dubai Mercantile Exchange. I Paesi Opec tradizionalmente riforniscono i clienti attraverso contratti di lungo termine, con prezzi aggiornati su base mensile.

Baghdad è ancora nelle fasi iniziali del progetto hedging: «Sarà un processo lungo», ha detto Al Amri, che è anche governatore Opec per l’Iraq, alla Bloomberg. «Dobbiamo essere sicuri di non perdere denaro, sapete com’è il parlamento iracheno: non lo accetterebbe».

I primi passi comunque sono stati fatti. «Stiamo mandando del personale ad addestrarsi in società internazionali, a imparare l’hedging e capire come possiamo farlo».

L’atteggiamento dell’Opec nei confronti dei mercati finanziari è cambiato radicalmente nell’ultimo anno, da quando l’incarico di segretario generale è stato affidato al nigeriano Mohammad Barkindo e contemporaneamente in Arabia Saudita il ministro Khalid Al Falih ha preso il posto di Ali Al Naimi.

Gli hedge funds, che erano visti come fumo negli occhi, sono diventati interlocutori di riguardo per l’Organizzazione: da ottobre ci sono stati un centinaio di incontri, ha rivelato Ed Morse, responsabile della ricerca sulle commodities di Citigroup, che ha contribuito a organizzarne una parte.

Anche la Russia, alleata dell’Opec nei tagli di produzione, ha cominciato a percorrere la stessa strategia: sotto la guida del nuovo capo analista del ministero dell’Energia, Pavel Sorokin, un ex di Morgan Stanley, il ministro Alexander Novak ha inaugurato la pratica di tenere periodiche conference call con alcune banche.

«È nostro dovere spiegare agli investitori la logica delle decisioni – spiega Sorokin alla Reuters – Per quanto riguarda le politiche con l’Opec, il mercato è sempre pieno di rumors. Bisogna che spieghiamo la nostra visinoe e che impartiamo quali sono le reazioni a certi eventi e decisioni».

Capire come operano gli hedge funds per meglio influenzarli, insomma. Ma c’è dell’altro.

L’Opec ha anche iniziato ad incoraggiare i suoi membri ad assumere direttamente un ruolo attivo sui mercati, cosa che fino a poco tempo fa cercava al contrario di evitare come la peste: Barkindo stesso ha rivelato di essere in contatto con le borse, in particolare il Cme Group, che gestisce il Nymex, per promuovere attività di hedging da parte dei Paesi dell’Organizzazione.

Alcuni analisti intanto cominciano a suggerire all’Opec e ai suoi alleati di usare anche i mercati finanziari per vincere la sfida contro lo shale oil americano. Tra questi c’è Damien Courvalin, Head of Energy Research di Goldman Sachs, secondo cui il gruppo dovrebbe «creare una minaccia credibile che il mercato del petrolio possa tornare in surplus»: in questo modo abbasserebbero i prezzi delle scadenze lontane dei future, favorendo lo smaltimento delle scorte e ostacolando i fracker nelle loro attività di hedging e nella ricerca di finanziamenti.

Pierre Lacaze, ceo della società di brokeraggio Lcm Commodities, suggerisce (in particolare a Riad, che avrebbe i mezzi per farcela) una strategia ancora più aggressiva per raggiungere lo stesso obiettivo: «I sauditi – afferma – non devono più presentarsi a una sparatoria armati di coltello, ma perseguire politiche non convenzionali con strumenti non convenzionali». In pratica, dovrebbero da un lato tagliare la produzione, facendo salire il prezzo del greggio a pronti, e dall’altro vendere le scandenze lontane sui mercati dei future.

Riad deve «prendere ispirazione dalla Fed», insiste Lacaze, quando spinta da circostanze eccezionali ha capito che non bastava agire sui tassi a breve, ma bisognava abbassare anche quelli di lungo termine.

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