lo scenario

Opec, piano per produrre un milione extra di barili di petrolio

di Sissi Bellomo

Reuters

3' di lettura

L’Opec discuterà un aumento della produzione di petrolio da un milione di barili al giorno. Il ministro saudita Khaled Al Falih ha svelato le carte alla vigilia del vertice dell’Organizzazione, mostrando che ci sono stati passi avanti nel conciliare le posizioni di tutti i Paesi membri e il mercato gli ha dato fiducia. Il Brent ha perso quasi il 2%, ripiegando verso 73 dollari al barile, anche se l’accordo non è ancora fatto ed è probabile che i dettagli non saranno messi a punto fino all’ultimo minuto.

Riad ha affilato le armi della diplomazia, soprattutto per conquistare l’appoggio dell’Iran, che minacciava di far saltare il tavolo. «Un aumento di un milione di barili al giorno è un buon obiettivo verso cui lavorare, ma come raggiungerlo è un tema spinoso perché non tutti i Paesi riescono a produrre di più», ha riconsosciuto Al Falih, consapevole che consentire ai sauditi o ad altri uno sforamento della quota produttiva per compensare le carenze altrui «potrebbe essere una buona soluzione dal punto di vista tecnico, ma non lo è dal punto di vista politico». Iran e Venezuela (ma probabilmente non solo solo loro) non lo accetterebbero mai e all’Opec ogni decisione richiede un voto unanime: quello che i ministri del gruppo chiamano il «consenso» e che molto spesso viene conquistato solo dopo lunghi e faticosi negoziati dietro le quinte.

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Per uscire dall’impasse stavolta non si potrà fare a meno di distribuire l’aumento di produzione in modo proporzionale ai tetti di ciascun Paese, di fatto riducendo i volumi di petrolio che raggiungeranno il mercato: si stima che un milione di barili al giorno si tradurrà al massimo in 600mila bg “veri”, ovviamente a patto che nessuno inganni. Per evitare il rischio l’Iran e l’Iraq (che in questa occasione lo spalleggia) hanno preteso di entrare nel comitato di monitoraggio sui tagli, un privilegio che il Venezuela, grande malato dell’Opec, aveva già conquistato in passato come ricompensa per l’impegno profuso nel l’aggregare la coalizione Opec-non Opec. Nel comitato siedono anche Arabia Saudita, Kuwait, Emirati arabi uniti e Algeria, più la Russia e l’Oman in rappresentanza degli alleati non Opec.

Non è chiaro se le concessioni siano bastate a spianare la strada al consenso. Il ministro iraniano Bijan Zanganeh, che mercoledì aveva progressivamente ammorbidito i toni, ieri verso sera sembrava anzi tornato di pessimo umore. A chi gli chiedeva conto delle trattative rispondeva soltanto:  «Dobbiamo discutere, ma non credo che raggiungeremo un accordo. C’è bisogno di aumentare l’offerta di petrolio? «Non vedo nessuna carenza sul mercato».

Più sfumata la posizione dell’Iraq. Il ministro Jabar Al Luaibi chiede di «mantenere le attuali quote produttive fino a fine anno», ma visto che i tagli superano di gran lunga il livello stabilito appoggerà un «incremento graduale» dell’output.

Il saudita Al Falih ha riferito che secondo i calcoli dell’Opec la coalizione ha sottratto al mercato 2,8 mbg di greggio invece degli 1,8 mbg che erano nei patti. In gran parte si tratta di tagli «involontari», come quelli dovuti al collasso del Venezuela, che si fa sempre più drammatico: documenti filtrati alla Reuters indicano che l’export di Caracas nella prima metà di giugno è crollato a 765mila bg, il 32% in meno rispetto a maggio. È tornato anche l’allarme sulla Libia: ieri sono riesplosi violenti scontri vicino al porto di Ras Lanuf e un terzo serbatoio di stoccaggio ha preso fuoco. A questo punto ne restano intatti solo due e la previsione di Mustafa Sanalla, il presidente della Noc, che al Sole 24 Ore aveva detto che la produzione libica sarebbe risalita «tra un paio di giorni», appare superata dagli eventi.

In prospettiva ci sono anche le sanzioni Usa contro l’Iran, per cui Teheran insiste nel pretendere una condanna ufficiale da parte dell’Opec. L’entrata in vigore, da novembre, rischia di provocare un’ulteriore calo dell’offerta di greggio, fino a un milione di bg secondo le stime più pessimiste.

Anche al netto delle sanzioni, riferisce lo stesso Al Falih, l’Opec prevede che nel secondo semestre mancheranno 1,6-1,8 mbg sul mercato. Un problema che potrebbe essere ulteriormente aggravato se davvero la produzione di shale oil negli Usa dopo l’estate dovrà smettere di crescere per colpa dell’insufficienza degli oledotti.

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