Interventi

Open Banking, strumento possibile per le Pmi per la ripresa

di Federico Sforza

4' di lettura

La crisi causata dalla pandemia originata dal Covid-19 ha iniziato a mostrare i suoi effetti sulle imprese italiane, specialmente quelle di dimensioni più contenute. Alcune filiere, come quelle del turismo, hanno registrato cali superiori al 50% (fonte Istat), frutto di 219 milioni di presenze in meno negli esercizi ricettivi, mettendo a rischio un comparto che vale all'incirca il 13% del pil. Ma non c'è soltanto il settore travel a dover pagare un conto salato. Il 2020 è costato complessivamente 183 miliardi di euro di pil in meno e 137 miliardi di consumi mancanti (fonte Confesercenti), riportando così le lancette della produttività al 1997 e mettendo a rischio quasi 450mila imprese.
Ovviamente si tratta di uno scenario tutt'altro che omogeneo. Ad esempio, l'e-commerce sta crescendo a ritmi incredibili: tra marzo e settembre 2020 le vendite cumulate sono cresciute del 32% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Secondo il consorzio Netcomm nel periodo del Covid si sono aggiunti ai consumatori precedenti più di 2,5 milioni di nuovi utenti, arrivando a un complessivo di 27 milioni su una popolazione totale di 48 milioni di persone che hanno la possibilità di fare acquisti in rete.
A fronte di uno tsunami senza precedenti che si è abbattuto sull'economia, le aziende hanno cercato di avere accesso al credito per poter mantenere il timone durante le temperie. Ma soprattutto pmi e partita iva sono già storicamente le realtà che hanno maggiori difficoltà ad ottenere finanziamenti. E questo soprattutto per due motivi: una mole documentale cui si accompagnano istruttorie pressoché infinite; una risposta positiva che non arriva mai prima delle tre-sei settimane, mentre agli imprenditori serve avere le somme richieste nell'arco di pochi giorni per tamponare l'emorragia di liquidità.
A questo scenario complicato si aggiunge anche l'autentico cortocircuito nell'assegnazione del merito creditizio originato dal fatto che il documento più comune per concedere un prestito, cioè il bilancio, nel 2020 è diventato uno strumento obsoleto e inaffidabile. Interi settori, dunque, si sono visti costretti a ripensare completamente i modelli di business. Già a ottobre, all'inizio della seconda ondata pandemica, il bollettino Bce avvertiva di rischi crescenti di credit crunch. Da questo punto di vista, complice la garanzia statale del 100% sui prestiti fino a 25mila euro, l'Italia è in controtendenza rispetto all'Europa con un incremento a dicembre del 3,9% dei prestiti erogati. Facile però pensare che la situazione sia destinata a cambiare radicalmente.
In questo scenario magmatico si inserisce la grande rivoluzione dell'open banking. Si tratta di un cambiamento epocale che può portare benefici immediati per gli imprenditori sotto diversi punti di vista. In primo luogo per quanto riguarda i costi: l'aumento dei player e la disponibilità dei dati rendono il mondo bancario pronto a una trasformazione analoga a quella occorsa nel settore assicurativo con la riforma Bersani. L'approvazione della Direttiva Comunitaria sui servizi di pagamento – nota come Psd2 – permette una concorrenza tra operatori e dà il via libera alla realizzazione di nuovi servizi finanziari focalizzati sulle esigenze dei privati e delle pmi.
Da qui ne consegue il secondo notevole vantaggio: quello dei tempi. L'analisi dei dati, insieme all'intelligenza artificiale, consente di valutare il merito creditizio in tempo reale e di avere a disposizione la cifra richiesta entro 48 ore. Questo perché diversamente dal bilancio, che guarda solo al passato, l'analisi dei dati e dei flussi di cassa permette di avere una comprensione più organica dello stato di salute della singola impresa. Niente più cluster verticali, con tutte le semplificazioni e le storture del caso, ma una valutazione ad hoc. Perché un bar che ha saputo reinventarsi e rimanere in contatto con i propri clienti impiegando sistemi di messaggistica e consegne a domicilio avrà uno stato di salute completamente diverso da quell'esercizio che, per mille motivi, non è riuscito a reinventarsi ed è rimasto bloccato dai diversi “colori” delle zone d'Italia. Con l'open banking due aziende così diverse – che pure fanno parte dello stesso comparto – avranno diritto a un trattamento per nulla simile.
Ancora, con l'analisi dei dati, alle pmi viene fornito un cruscotto di strumenti fino ad ora impensabili nel rapporto tra banca e cliente. Si tratta di impiegare quei Vas, Value Added Services, che rappresentano un'autentica rivoluzione per le imprese. I sistemi di analisi delle spese, ad esempio, consentono di avere una vera e propria tesoreria in tasca, che verifica anche i futuri fabbisogni di credito. Ed è in grado di valutare gli errori eventualmente commessi nel tentativo di migliorare la propria bancabilità. Sono soltanto due esempi nel mare magnum di possibilità che si aprono. Il tutto, tra l'altro, senza nessun tipo di aggravio per le pmi, che devono soltanto concedere l'accesso ai propri dati aziendali a un soggetto diverso dalla banca tradizionale. Oltretutto, con la massima sicurezza perché i dati che circolano sui gateway sono regolati rigidamente da Eba e Bankitalia. L'open banking è ormai una realtà, ma è come un iceberg: non abbiamo visto che la punta di una vera e propria rivoluzione democratica che premierà quei soggetti che sapranno intercettare meglio degli altri le esigenze delle aziende.

CEO AideXa

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