Startup

Open innovation, anche in Italia qualcosa si sta muovendo

di Gianni Rusconi


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3' di lettura

A livello Ue, l'Italia si è classificata nel 2018 in ventesima posizione per efficacia dell'ecosistema delle startup tecnologiche finanziate con capitale di rischio da venture capitalist, business angel e via dicendo. Va meglio rispetto all'anno precedente - in virtù del raddoppio dei finanziamenti in equity, della crescita degli investimenti in scaleup e dell'aumento del numero di exit e di unicorni - ma siamo ancora indietro. Forse troppo. La fotografia scattata dal Centro Studi di Digital360 (il “360Entrepreneurial Index”) ci dice quindi che la prevista accelerazione del processo di innovazione c'è stata ma fino a un certo punto. Siamo sotto la media europea, in soldoni, paghiamo dazio verso i Paesi forti (Regno Unito e Germania sono al secondo e quinto posto del ranking) e abbiamo davanti a piccole nazioni capaci di creare condizioni strutturali molto positive per la nuova imprenditoria (Estonia e Lettonia su tutti) e altri che hanno puntato su un utilizzo aggressivo delle agevolazioni fiscali (come Irlanda, Lussemburgo e Cipro). Per contro l'Italia mostra un importante recupero, guadagnando cinque posizioni rispetto al 2017, e di conseguenza è lecito pensare positivo. Strizzando magari l'occhio ai progetti, in continua crescita, di open innovation che vedono protagonisti i grandi gruppi italiani, da Enel a Ferrovie dello Stato, ma anche migliaia di altre aziende. L'Osservatorio promosso da Assolombarda e basato sui dati del Cerved conferma in proposito come siano, a tutto l'ottobre 2018, oltre 7.600 le “corporate” italiane (e di queste 4.300 di dimensioni piccole) che investono a vario titolo in imprese ad alto contenuto tecnologico e oltre 2.300 le startup partecipate (e cioè circa un quarto del totale di quelle iscritte al registro delle imprese innovative).

Alla collaborazione fra mondo delle imprese e startup (senza dimenticare istituzioni e investitori) è dedicato anche l'Open Innovation Summit edizione 2019, organizzato dall'incubatore Digital Magics nell'ambito dell'iniziativa Gioin (Gasperini Italian Open Innovation Network) e in programma il 14 e 15 giugno al Saint-Vincent Resort & Casinò. Da Vincenzo Boccia, numero uno di Confindustria, a Francesco Profumo, Presidente della Compagnia di San Paolo, sono tanti i protagonisti attesi alla due giorni per analizzare l'impatto trasversale di questo fenomeno nella nostra economia. Marco Gay, amministratore delegato di Digital Magics, aveva presentato la passata edizione del Summit definendo “l'open innovation la via all'internazionalizzazione”. Quest'anno ha rafforzato ulteriormente il concetto. «L'internazionalizzazione è sicuramente un tema ancora valido – ha spiegato al Sole24ore - perché le startup che lavorano al fianco delle aziende hanno più possibilità di affacciarsi sui mercati esteri e dimostrarsi in grado di competere, e realtà che abbiamo seguito come Buzzoole e Talent Garden lo confermano pienamente». In tema di open innovation, insomma, diventa oggi più semplice parlare di benefici rispetto a pochi anni fa, quando era diffusa e giustificabile l'iniziale diffidenza delle corporate verso le startup. «Oggi – aggiunge Gay - misuriamo risultati concreti, anche a livello di medie imprese, e ne vediamo chiaramente l'impatto sull'ecosistema dell'industria attraverso l'utilizzo dell'innovazione generata e veicolata dalle startup, in termini di creazione di valore aggiunto al prodotto, di velocità e di

creatività». Come la mettiamo con gli indici che ci relegano ancora nelle posizioni di retroguardia in Europa quanto a virtuosità dell'ecosistema? L'interpretazione dell'AD di Digital Magics è la seguente: «siamo ancora indietro perché la percezione dell'importanza dell'innovazione è un processo partito tardi e lentamente. Credo però che l'argine si sia rotto e il salto in avanti è evidente. Stiamo risalendo la scala, ci sono i presupposti per crescere e, soprattutto, abbiamo intrapreso la direzione giusta». Sul fatto che sia veramente arrivato il momento di accelerare non ci sono comunque dubbi, e la ricetta che Gay mette sul tavolo è nota: incentivare la nuova imprenditorialità con tutte le risorse disponibili e lavorare duramente su capitale di rischio, burocrazia e capacità di scalare delle startup.

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