Startup

Open innovation, segnali incoraggianti. Ma il gap con l’Europa rimane grande

Prima edizione della ricerca «Open Innovation Outlook: Italy 2019» condotta da Mind the Bridge In Italia. Si contano attualmente 208 scaleup, capaci di una raccolta complessiva pari a 1,8 miliardi di dollari

di Gianni Rusconi


Data science, i dati e il mestiere del futuro

4' di lettura

Lo si dice da tempo. Ci sono ancora grandi passi in avanti da fare per colmare il gap con il resto d'Europa ma è ormai inequivocabile che le imprese italiane stiano guardando in misura crescente alle startup tecnologiche per condividere con loro l'attività di ricerca, sviluppo e sperimentazione di nuovi servizi e soluzioni. E l'ultima “rassicurazione” in tal senso arriva dalla prima edizione della ricerca “Open Innovation Outlook: Italy 2019” condotta da Mind the Bridge con il supporto di Smau e presentata al convegno di apertura della fiera milanese. Lo studio ha il fine di comprendere per l'appunto l'attitudine delle aziende italiane verso il modello dell'innovazione aperta e ha confermato che – parole di Pierantonio Macola, Presidente di Smau – “le imprese innovative crescono due volte più rapidamente, ma le aziende europee e italiane investono meno rispetto ai loro concorrenti internazionali. La buona notizia è che la collaborazione fra startup e grandi e medie aziende sono ora all'ordine del giorno e questo potrebbe aiutare entrambi questi due soggetti a crescere”.

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Ecosistema non ancora maturo, fra “newcomer” e “challenger”
Tesi ribadita da Alberto Onetti, Chairman di Mind the Bridge, che spiegando i parametri messi sotto osservazione per verificare la predisposizione all'open innovation delle aziende (strategia, organizzazione, processi, cultura, accelerazione di startup, procurement, co-development, investimenti e acquisizioni) ha ribadito come l'analisi mostri, con poche eccezioni, “un divario sostanziale tra le aziende italiane e i leader internazionali dell'innovazione”. Divario che trova fisicamente espressione nel confronto fra le 36 top aziende italiane per fatturato con le 36 top europee: ebbene, le nostre imprese riportano un indice medio di “readiness” pari a 2 contro il 3.8 delle grandi organizzazioni straniere e di 2.7 contro 4.3 se si comparano le sole top 12. Più analiticamente, le principali aziende italiane si distribuiscono quasi totalmente nella parte di matrice che ospita le realtà che si stanno appena affacciando al mondo delle startup senza avere strutture dedicate (le cosiddette “newcomer”) oppure che hanno iniziato a organizzarsi per poter fare innovazione ma senza produrre ancora risultati (“challenger”). Nessuna traccia invece, salvo pochissime eccezioni, di imprese che si meritano l'appellativo di “trailblazer”, avendo avviato azioni di open innovation senza piani e strutture dedicate, e soprattutto di “corporate startup star”, e cioè realtà strutturate che producono risultati concreti in termini di collaborazione strategica con le startup. «La situazione attuale – ha commentato in proposito Onetti - è quella di un sistema industriale che si è appena affacciato all'open innovation e che per scalare in avanti deve adottare un approccio di scouting su scala internazionale. Ad oggi l'ecosistema italiano delle startup è ancora troppo poco maturo per poter supportare i bisogni di innovazione delle nostre imprese, che di conseguenza devono guardare al resto d'Europa, agli Stati Uniti e a Israele».

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Ultimi nella top ten delle scaleup
In Italia si contano attualmente 208 scaleup, capaci di una raccolta complessiva pari a 1,8 miliardi di dollari: numeri importanti ma che non evitano il decimo posto nello “Scaleup Country Index”, classifica che misura i risultati in termini di innovazione tecnologica di un Paese. Nel Regno Unito, per avere un raffronto, gli investimenti in aziende high-tech nel 2018 sono arrivati a quota 11,6 miliardi, in Germania a 4 e in Francia a 3,6 miliardi. Un gap che, inevitabilmente, si specchia nell'ancora acerba dimensione delle iniziative di open innovation e che riflette l'atavico problema del “nanismo” del nostro ecosistema: secondo l'indice “Readiness” di Mind The Bridge, infatti, al crescere della dimensione aziendale aumenta la possibilità di strutturare azioni efficaci e non a caso l'indicatore medio per le grandi imprese (con i settori energy e banking a fare da locomotiva) si attesta a 2.0 contro l'1.6 delle medie e l'1.1 delle piccole.

Serve accelerare e cercare all'esterno le competenze
Dallo studio emergono altri aspetti interessanti e fra questi il fatto che molte aziende italiane hanno intrapreso il loro percorso attraverso azioni di tipo “marketing e comunicazione” piuttosto che sviluppando progetti strutturati con obiettivi chiari e risorse e budget dedicati. C'è ancora una superficialità diffusa verso il tema, dunque, ed è un difetto di gioventù che va “curato” in fretta. “Occorre riconoscere – osserva in proposito Onetti - che l'innovazione non può più essere gestita solo internamente con le attività di ricerca e sviluppo ma deve, necessariamente, svolgersi in collaborazione con società innovative terze, che sono tipicamente le startup”. Deve cioè prevalere una logica di “embedding” di competenze, talenti e idee che stanno fuori e di creazione di figure dedicate (come il Chief innovation officer o il Chief digital officer) in grado di focalizzare e gestire le azioni necessarie per fare innovazione, sganciandole dall'attività corrente. Infine una considerazione che, speriamo, possa essere di stimolo: «è vero che - ha concluso Onetti - l'ecosistema italiano delle startup sta facendo grandi progressi ma il mondo non resta a guardare e l'Italia si sta muovendo ancora troppo lentamente, e questo, nel contesto attuale, muoversi lentamente equivale a non muoversi affatto». L'appello del Chairman di Mtb, per invertire la tendenza, è quantomai esplicito se si vuole realmente pensare che l'ecosistema possa crescere qualitativamente e dimensionalmente. In Silicon Valley, però, si è stabilita a tutt'oggi una sola grande azienda italiana per fare open innovation, Enel.

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