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Open innovation, la via italiana si sviluppa attorno alle reti di distretti

di Giampaolo Colletti


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Afp

4' di lettura

Oltre gli impenetrabili laboratori di ricerca e sviluppo delle grandi e piccole aziende c’è un potenziale di innovazione ancora inesplorato. E che

oggi più che in passato esce allo scoperto. Innovazione inclusiva, plurale, aperta. Perché a vincere è il gioco di squadra, un’alleanza proficua tra dipendenti, fornitori, clienti, comunità, persino competitor. D’altronde è questa la nuova frontiera dell’open innovation, una rivoluzione accelerata grazie alle tecnologie digitali, ma che contamina anche la componente fisica del fare impresa.

La co-creazione fa emergere nuovi distretti reticolari e può nascere grazie ad acceleratori, incubatori, hackathon, bootcamp. Crea valore perché consente di ripensare prodotti, servizi, soluzioni: secondo Kpmg il 70% delle aziende che offrono esperienze coinvolgenti e prodotti d’eccellenza si basano già oggi sul feedback dei clienti. E c’è di più.

Accenture ha intervistato duemila imprenditori in venti Paesi del mondo: dai dati emerge come la mancata attivazione dell’open innovation arrechi alle aziende una potenziale perdita di crescita stimata in 35 miliardi di euro.

Dalla fotografia mondiale a quella nostrana. Tree, Pmi innovativa nata a Catania e impegnata a creare progetti di open innovation, ha interrogato i professionisti dell’innovazione nelle aziende pubbliche e private italiane. Provando a scattare una fotografia contemporanea e a leggere lo stato di salute. Dal campione della ricerca – una copertura di vari settori industriali, dall’alimentare al farmaceutico, dal tecnologico all’energetico, fino al bancario e all’assicurativo – emerge come a gestire questi programmi sia nel 46% dei casi il middle management, mentre nel 36% le prime linee. «L’open innovation consente di realizzare nuovi modelli di business che spesso aumentano la competitività dell’azienda. D’altro canto dà la possibilità di migliorare le persone e consente di farle lavorare su altri aspetti, cambiando mindset. I programmi di open innovation non sono mai standard, ma seguono l’evoluzione dell’azienda e del mercato. Sono due i temi cardine in Italia: l’apertura a soggetti esterni e l’attività interna di coinvolgimento dei dipendenti. Oggi poi si sta affiancando una platea di nuovi soggetti alle prime esperienze, molti dei quali sono piccole e medie imprese», afferma Antonio Perdichizzi, ceo di Tree.

Professionisti di creazione condivisa

Così gli organigrammi aziendali iniziano a popolarsi sempre più di professionisti dedicati all’innovazione. Figure intermedie di raccordo tre le aree funzionali e quelle del business. A livello apicale si distingue il chief innovation officer, mentre a livello intermedio si impone l’innovation manager. «Queste figure sono importanti perché ibride, con competenze tecniche sulle metodologie, ma con la capacità di essere trasversali e dialogare con tutte le aree dell’azienda e con il mondo esterno», precisa Perdichizzi.

Però emergono anche le prime contraddizioni, in un mercato ancora poco maturo. Infatti per l’Italia c’è da registrare la presenza di progetti ancora pioneristici: quasi uno su due ha al massimo due anni di vita. La maggior parte di queste iniziative rientrano nell’open innovation o nel supporto pubblico alle imprese, mentre solo il 16% tratta temi di people innovation. C’è poi il nodo della misurazione: queste iniziative sono ancora poco valutabili con indicatori numerici, anche se emerge l’esigenza di andare oltre la mera comunicazione: ben quattro intervistati su cinque ritengono importante misurare le performance. Il 63% degli intervistati sostiene di averlo già fatto, con uno sbilanciamento a favore del pubblico rispetto al privato (83% contro il 56%). La maggior parte degli indicatori resta però ancorata al processo (85%) e quindi misura l’efficienza di un programma nei sui vari passi di realizzazione. Solo il 15% si lega al risultato e ne misura l’efficacia.

Reticoli di distretti tech

Tra gli obiettivi dei privati emergono l’aumento della competitività (83%), l’individuazione di nuove tecnologie (67%), l’ottimizzazione dei processi interni (67%). Vantaggi che si riverberano nella cultura aziendale, più che nel business. Ma mancano ancora progetti trasversali tra più realtà: solo il 28% crede nella creazione di reti di impresa. Invece le agenzie pubbliche puntano alla creazione di imprese innovative, al trasferimento tecnologico dalla ricerca al mercato, all’aumento della competitività delle imprese supportate.

La forza resta però la presenza capillare e distribuita sul territorio: di fatto nascono nuovi distretti reticolari, legati al proprio contesto geografico, ma capaci di scalare anche i mercati internazionali. È quanto sta avvenendo in Puglia con la Murgia Valley: a Gravina di Puglia, nella provincia barese, è nato un polo d’eccellenza sull’Internet of Things. Un vivaio aperto a Pmi e startup ospitato nel nuovo headquarter hi-tech di Macnil, realtà specializzata nella progettazione di sistemi integrati wireless e di telecontrollo, guidata da Mariarita Costanza e Nicola Lavenuta. Da Sud a Nord. Nella prima periferia milanese da tre anni opera Supernova Hub, distretto finalizzato alla logistica smart. Questo incubatore ha investito oltre 10 milioni di euro in dodici startup, tra cui BorsadelCredito.it, Sendabox, IoRitiro, Termostore. A guidarlo Federico Pozzi Chiesa, giovane imprenditore a capo del Gruppo Italmondo, tra i leader mondiali dei servizi logistici. Per Perdichizzi anche in questo caso è un tema di leadership. «Stiamo costruendo una via italiana all’open innovation. Ma l’innovazione funziona solo se capita e sostenuta dal vertice: è un tema di responsabilità e di visione».

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