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Opportunità dopo il virus, cambio di passo per la circolazione dell’arte

La proposta: introdurre il vincolo di Tesoro nazionale se un'opera d'arte è elemento essenziale di un contesto italiano pubblico o privato, laddove sia di notevole e documentato interesse venga acquistata dallo Stato a valore di mercato o la si lasci esportare, poiché il nostro patrimonio storico artistico resta italiano anche oltre confine

di Giulio Volpe*

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(Agf)

La proposta: introdurre il vincolo di Tesoro nazionale se un'opera d'arte è elemento essenziale di un contesto italiano pubblico o privato, laddove sia di notevole e documentato interesse venga acquistata dallo Stato a valore di mercato o la si lasci esportare, poiché il nostro patrimonio storico artistico resta italiano anche oltre confine


4' di lettura

Mentre il mondo si domanda frastornato quali città, quali artisti e quali possibilità di produrre e fare circolare opere d'arte ci restituirà questa pandemia, ormai quotidiana compagna delle nostre vite, un paese come il nostro può forse permettersi ciò che ai più pare impossibile: fare programmi.
C'è infatti per l'Italia un nuovo orizzonte possibile, uno scenario plausibile di cambiamento, consistente nel riconoscimento del nostro volto storico e della nostra dimenticata identità. Passeremo probabilmente l'estate in Italia, per le sue strade e nei suoi borghi, rispettando senza problemi il distanziamento imposto e temuto ma reso assai meno amaro – per una peculiarità esclusivamente italiana dalla mirabile diffusione sul territorio di un infinito patrimonio di arte e di storia.
Viene da chiedersi se non sia anche l'occasione irrinunciabile per ricordarsi che l'Italia siamo noi, che questa prerogativa di arte, paesaggio e storia è segnatamente nostra, che abbiamo perso decenni a inseguire modelli sbagliati o derive frammentarie e spaesanti, senza capire che la sorgente prima della creatività artistica sta sotto i nostri piedi e nelle nostre mani. Si tratta a questo punto di (ri)costruire un Paese dell'arte dove la burocrazia faccia meno paura, dove le leggi non siano punitive o soffocanti, dove non si confondano gli operatori del sistema dell'arte con immaginari pirati o contrabbandieri partoriti da una sbrigativa cultura del sospetto o da ideologie preconcette.

Il lavoro nascosto
Si riconosca agli antiquari il loro mestiere, la loro esperienza, il loro coraggio, la loro capacità di stimolare e incrementare il collezionismo, di favorire o promuovere restauri; gli si riconosca il merito della riscoperta di contesti perduti, la loro inclinazione ad essere il vero teatro dell'attribuzionismo, del confronto vivificante tra storici dell'arte e critici d'ogni provenienza. Essi sono la linfa vitale del sistema delle arti in Italia, non producono una emorragia occulta delle opere d'arte verso altri Paesi, poiché questa ha origine ben diversa e prolifera, al contrario, proprio laddove gli antiquari e i galleristi virtuosi vengano ostacolati. Essi favoriscono semmai la circolazione dell'arte per canali riconosciuti e spesso prestigiosi, alla luce del sole e nel rispetto delle regole.

Ma di che regole si tratta?
Ebbene, si tratta di regole che hanno un'origine straordinaria ed universalmente esemplare, che passano dai provvedimenti preunitari per la tutela sempre ricordati da Andrea Emiliani, da funzionari “tecnici” quali Carlo Fea, Antonio Canova o il Winckelmann, ma già molto tempo prima Raffaello, con la sua mirabile lettera a papa Leone X, oggi in mostra alle Scuderie del Quirinale. Sono regole, quelle degli Stati preunitari, che nell'Italia unita saranno ricordate sempre, integrate nella legge Rosadi del 1909, passate attraverso la legge Bottai e la Costituzione, poi attraverso le riflessioni evolutive della Commissione Franceschini, che ci traghettava dalla concezione estetizzante delle “cose di interesse artistico e storico” a quella antropologica dei “beni culturali” negli anni sessanta del '900, fino a potere oggi serenamente confrontarsi, e qui viene il punto, con le Convenzioni internazionali e i provvedimenti europei.
Fino a tutto l'Ottocento, però, l'Italia era stata percorsa in lungo e in largo da collezionisti e mercanti, intere collezioni o loro nuclei significativi di esse venivano esportati più o meno illecitamente e l'organizzazione amministrativa, seppure bellissima sulla carta, era operativamente spesso impotente.

Oggi non è più così
I musei sono perfettamente organizzati, con “super-direttori” iper connessi con le altre istituzioni culturali e con gli uffici ministeriali, mentre i magazzini debordano di opere, spesso invisibili ai più. Le disciplina giuridica del Codice dei beni culturali e del paesaggio contiene istituti volti a consentire allo Stato di sostituirsi all'acquirente privato (prelazione) o di intervenire nel procedimento di uscita dal territorio nazionale (acquisto coattivo all'esportazione), fatta salva la possibilità per l'esportatore di rinuncia all'uscita dell'opera.
Ricorrendo a questi strumenti – e senza qui considerare che sul secondo aleggia un dubbio di costituzionalità – quando davvero l'opera in questione si ritenga di interesse irrinunciabile per il patrimonio storico e artistico della nazione e per il “contesto storico culturale” di riferimento, lo Stato può farla propria versandone il prezzo “congruo”.
Anche in altri Paesi europei questo si verifica, riservando un termine di pochi mesi per reperire i fondi; ma nel resto d'Europa, in linea di massima, se lo Stato non lo compra il bene deve essere lasciato andare. Inoltre, nel resto d'Europa le opere circolano senza troppi indugi, mentre in Italia, Repubblica fondata sulla burocrazia, anche le tazzine da caffè e le cravatte del nonno, o innumerevoli “croste” di scarsissimo valore, devono essere fisicamente esaminate da apposita Commissione dell'Ufficio Esportazione presso una Soprintendenza, generando inesorabilmente un sovraccarico di lavoro che si traduce in trascuratezza su ciò che davvero meriterebbe la preziosa ed encomiabile (sia chiaro) attenzione dei funzionari delle Belle Arti. Alle Commissioni degli Uffici Esportazione va ad un tempo il nostro plauso, per la sopportazione di un tale spropositato carico di pratiche a fronte di risorse irrisorie per finanze e personale.

Per concludere
Facciamo sì che la pandemia rechi all'Italia il coraggio di risorgere e di cambiare, rinnegando la burocrazia (e non soltanto in questo settore), sbloccando una riforma della disciplina della circolazione delle opere d'arte che ha finalmente preso l'avvio con l'aumento della soglia cronologica rispetto agli interventi di tutela e con l'inserimento (già approvato ma impedito nell'attuazione) di una soglia pecuniaria, peraltro bassa (oltre dieci volte inferiore ad analoga soglia in altri Paesi o in allegato a provvedimenti internazionali) e tendenzialmente innocua.
In estrema sintesi, l'auspicio che desidero formulare è quello che segue: se un'opera d'arte è davvero e senza dubbio elemento essenziale di un contesto italiano pubblico o privato di straordinaria importanza, venga eccezionalmente vincolata come un “tesoro nazionale” (locuzione usata in Francia e in Inghilterra); laddove non appartenga ad un contesto del rango di cui sopra, ma sia di notevole e documentato interesse per il patrimonio storico artistico nazionale, venga acquistata dallo Stato a valore corrente di mercato, oppure la si lasci esportare; diversamente e in terzo luogo le si consenta, senza ostacoli di sorta, di rinforzare in collezioni e musei del mondo la notorietà ed il prestigio di un patrimonio storico artistico che è davvero unico al mondo, ma che resta italiano anche quando passa il confine.

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