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Ora Berlino dovrà essere più europea

di Carlo Bastasin

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(EPA)

3' di lettura

L’attacco dell’Amministrazione Trump alla Germania, accusata di manipolare il cambio nascondendosi dietro l’euro, era ampiamente prevedibile. Le conseguenze lo sono meno. Ma tutto spinge a far coincidere gli interessi di Berlino con una maggiore personalità politica dell’Europa.

C’erano diverse ragioni per aspettarsi un’escalation tra Washington e Berlino:

1) Tutti i grandi episodi di instabilità valutaria nel dopoguerra e gli accordi necessari a risolverli hanno coinciso con un disavanzo commerciale americano nei confronti della Germania. Fu il cancelliere Helmut Schmidt a teorizzare che solo una moneta comune europea avrebbe messo al riparo l’industria tedesca dalle richieste americane di apprezzamenti successivi del marco nell’ordine del 30%.

2) Già nel 2013, il Dipartimento del Tesoro di Washington aveva denunciato il surplus tedesco delle partite correnti come un fattore di squilibrio a danno di tutti i partner. Il Fondo monetario fece seguito al documento americano con un’analisi analoga. Allora tuttavia l’obiettivo era di ridurre gli squilibri interni dell’euro-area che minavano la stabilità della moneta comune.

3) La Germania esporta beni per 114 miliardi di euro negli Usa e la bilancia bilaterale è da anni in surplus. Il settore automobilistico, che per la nuova Amministrazione americana ha un carattere esemplare, esporta tre quarti della propria produzione.

4) Il policy mix americano è incoerente. Lo stimolo fiscale voluto da Trump e la politica monetaria restrittiva prevista dalla Federal Reserve comportano un aumento dei tassi d’interesse e quindi del dollaro. Secondo il modello della Fed un apprezzamento del dollaro del 4%, come quello seguito all’elezione di Trump, comporta la perdita di 400mila posti di lavoro.

L’Amministrazione può cercare di addomesticare questa evidente incoerenza delle proprie politiche solo imponendo barriere al commercio o manipolando il valore del tasso di cambio.

5) Proprio perché le politiche di Trump possono reggere solo aprendo fronti di conflitto con i partner commerciali, era logico che l’attenzione si spostasse da Cina e Giappone verso l’Europa e in particolare la Germania. Prendersela con i partner asiatici, infatti, avrebbe aperto il rischio di una ritorsione sul debito pubblico americano di cui Cina e Giappone sono i principali detentori. In tal caso gli Stati Uniti sarebbero stati esposti a un rischio di credibilità finaziaria e perfino di rischio paese.

Prendersela con l’Europa è meno pericoloso per Washington. Tuttavia la Germania sarebbe in grado di sostenere anche uno scambio di ostilità con l’America. L’82% delle esportazioni totali tedesche fa capo infatti a un numero limitato di grandi imprese, il 6% del totale. Tutte queste imprese tuttavia esportano in almeno 20 diversi paesi. Per quanto gli Usa siano il primo mercato di sbocco, essi corrispondono dunque a non più del 10% del totale esportato. L’imposizione da parte di Washington di una tassa del 20% farebbe calare il surplus commerciale della Germania solo di qualche punto decimale. Diverso sarebbe l’effetto invece se la conflittualità attraverso l’Atlantico aprisse una fase di seria incertezza politica. In tal caso gli effetti si sentirebbero sulle decisioni degli investitori tedeschi. Infatti, se non ci fosse una domanda globale ancora vivace, Deutsche Bank stima che l’incertezza politica di questi mesi, da Brexit a Trump, comporterebbe una caduta degli investimenti tedeschi almeno del 10%. Per la cancelliera Merkel, si apre dunque una fase di limitazione dei danni causati dalle provocazioni di Washington. La stessa opinione pubblica tedesca sembra orientata a una reazione molto pragmatica.

Secondo i sondaggi, la percentuale dei tedeschi che ritiene che gli Stati Uniti siano un partner credibile è scesa dopo l’elezione di Trump dal 60 al 20%. Tuttavia una percentuale pari al 60% ritiene che il governo tedesco debba comunque mantenere aperto il dialogo con l’Amministrazione americana. Ovviamente il coinvolgimento dell’Europa, e in particolare dell’euro-area, nella polemica bilaterale tra Washington e Berlino apre una domanda di rappresentanza politica che finirà per legare ancora di più le sorti della Germania a quella dell’Europa. Non è un caso che i due maggiori partiti abbiano scelto come candidati per le elezioni federali i loro due esponenti più europeisti: Merkel e Schulz.

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