Opinioni

Ora Berlino prende coscienza della crescita in rallentamento

di Michael Heise


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(Reuters)

3' di lettura

La crescita dell’economia tedesca mostra segni preoccupanti di rallentamento. Persino all’interno della zona euro, i cui Paesi non si distinguono certamente per una forte crescita, il Pil tedesco è scivolato tra le ultime posizioni nel 2018 e nel 2019, appena davanti all’Italia.

L’economia francese, spesso - e a torto - screditata dai tedeschi, come pure quella britannica, sconquassata dalla Brexit, fanno registrare tassi di crescita superiori alla Germania, anche se di poco.

Per il momento, la debolezza della crescita dell’economia tedesca non è ancora diventata oggetto di dibattito pubblico in Germania, soprattutto grazie ai tassi di occupazione ancora piuttosto sostenuti e al basso livello di disoccupazione.

Molti posti di lavoro vengono creati in questo momento specie nel settore dei servizi, che si espande grazie all’incremento dei consumi. Tuttavia, è solo questione di tempo prima che il declino della produzione manifatturiera, in atto già da quasi un anno, cominci a incidere negativamente sugli altri settori.

La guerra commerciale Usa-Cina

I produttori tedeschi sono stati penalizzati non solo dal rallentamento dell’economia, ma di recente anche dalla contrazione del commercio mondiale. Il venir meno delle dinamiche commerciali ha svariate cause, tra le quali, al primo posto, la guerra dei dazi e - in senso più ampio - lo scontro commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina.

Se, da sola, la Germania non può fare molto per risanare le criticità del commercio globale, a maggior ragione dovrebbe fare il possibile per stimolare il dinamismo interno alla propria economia, tramite l’innovazione e il rilancio degli investimenti.

Sfortunatamente, quest’area di attività economica è stata emarginata e trascurata da anni. Di conseguenza, la Germania sta perdendo ogni attrattiva come sede di investimento, mentre il capitale viene esportato su scala massiccia. In questa situazione entrano in gioco svariati fattori.

Innanzitutto, la tanto esaltata produttività industriale tedesca non ha fatto registrare quasi nessun incremento dal 2017, mentre il costo della manodopera e degli oneri sociali aumenta più rapidamente rispetto ad altri Paesi europei. Nel settore manufatturiero, il livello salariale è da sempre molto elevato rispetto agli standard internazionali. Questo è anche vero per la tassazione.

In confronto alle misure fiscali adottate negli altri Paesi, la Germania è il Paese industrializzato che presenta il più alto livello di tassazione aziendale e di carico fiscale, che grava sui redditi medi e bassi. Per di più, il costo medio dell’energia risulta molto elevato e ostacola l’espansione delle industrie tedesche.

Questi tre elementi (salari elevati, fiscalità elevata e costi elevati dell’energia) non rappresenterebbero un problema se le aziende che operano in Germania potessero far affidamento su eccellenti infrastrutture e su una forza lavoro altamente qualificata, tali da giustificare il pesante onere fiscale e i gravosi costi aziendali. Ma queste caratteristiche, che a lungo hanno rappresentato i massimi punti di forza dell’economia tedesca, già da alcuni decenni si vanno sgretolando.

Mezze misure senza sbocco

Ci vorranno interventi politici assai impegnativi e incisivi per migliorare la situazione in cui versa attualmente il settore industriale. Eppure, malgrado tutti i problemi e le preoccupazioni che vanno via via sommandosi e che si traducono in dati riscontrabili nel settore del commercio e degli investimenti, i policy maker tedeschi si mostrano riluttanti ad affrontare le “vecchie” questioni, assai impopolari, come fiscalità e costo degli oneri sociali.

Una qualsiasi riforma fiscale di buon senso, che potrebbe portare a utili risultati, viene respinta immediatamente, adducendo la scarsità delle risorse. Una spiegazione a dir poco sorprendente visto che, nella fattispecie, il gettito fiscale è aumentato fino a toccare livelli record e la spesa pubblica è schizzata verso l’alto.

Al contempo, si continua a rimandare l’abolizione del contributo di “solidarietà”, in origine temporaneo, che era stato varato per finanziare l’integrazione economica dell’ex Germania dell’Est nella Repubblica federale.

In poche parole, far aumentare la spesa pubblica sembra la soluzione più attraente sotto il profilo politico. Le maggiori voci di spesa, dall’insediamento del nuovo governo federale nel 2018, riguardano gli aumenti delle pensioni, una più vasta erogazione delle prestazioni familiari, e il cospicuo sostegno strutturale assicurato alle regioni che verranno penalizzate dalla chiusura delle centrali a carbone.

Si può pensare quel che si vuole di queste scelte, ma un fatto resta fuori discussione: queste spese non rafforzano il potenziale di crescita futura, anche se proprio questo è indispensabile a finanziare il futuro stato sociale.

Per concludere, per quanto i politici tedeschi siano restii ad ammetterlo, le politiche per la crescita dovranno affrontare con urgenza il peggioramento delle condizioni economiche: è questa la dura realtà.

Economista capo di Allianz Se, Monaco di Baviera

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