INTERVENTI

Ora d’aria a 200 metri dalla segregazione domestica. Tra paternalismo e paura

Il modello che “trasuda” dalle maglie delle Istituzioni è di matrice paternalistica, dove il buon padre sa che, per il bene del figlio è opportuno dire alcune cose e ometterne altre

di Manuela Zambianchi *

Controlli con droni e posti di blocco dalla sala dei mondi connessi

4' di lettura

Passeggio a volto coperto attorno alle Scuole del mio paese. Sono duecento metri di distanza dalla mia casa, li ho contati in un soprassalto del mio mondo emozionale, preoccupato.

Il sole è abbagliante, nella sua bellezza, le foglie degli alberi appena spuntate conferiscono al paesaggio quella luminosità tipica delle giornate primaverili.

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La segregazione domestica insopportabile
Ad un certo punto una donna, abbastanza giovane, con un grosso cane al guinzaglio e il cellulare all’orecchio, passeggia dalla parte opposta alla mia. Poi, sento una frase: «Lei deve stare in casa». Credo che stia parlando con una persona dall’altra parte del filo virtuale. No. Vedo altre persone che percorrono il medesimo spazio di vita, una sorta di “appiglio esterno” alla segregazione domestica che, dopo più di un mese, si fa davvero insopportabile.

Tendo l’orecchio ancora, la signora è al suo secondo giro : «Non sono di servizio, ma se lo fossi… qui c’è troppa gente...». Conosco le persone che vedo fuori, sono tutti abitanti prossimali.
Tre domande affollano la mia mente.

L’alibi del cane e gli sguardi indagatori
La prima riguarda la nostra, per dirla con lo scienziato J. Piaget, “astrazione riflettente”, ossia l’attività cognitiva che analizza la realtà. L’osservatore che osserva se stesso, oltre alla realtà, che mi porta ad istituire un parallelo con l’affermazione di Eugenio Montale «la mente accorda, indaga, disunisce» della lirica “I limoni”.

La signora sta deprecando se stessa. Anche lei, come noi, fuori, con il cane (mi viene spontanea una domanda che ovviamente non le porrò mai: se non avesse avuto il cane, sarebbe uscita ugualmente? ). Ho sempre ritenuto nella vita che sia importante fare le cose senza alibi. Chissà. Magari sarebbe uscita ugualmente. Non so. Non saprò mai.
Vedo che si allontana, fermandosi a chiacchierare con persone sue conoscenti al balcone. Chiacchere, risate. Poi, non la vedo più.
Occhi che ci guardano, dalla finestra. Ci deprecano, oppure ci invidiano perché siamo scesi in strada mentre loro non hanno il coraggio di farlo per paura delle Forze dell'Ordine?

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I modelli basati sulla paura
La seconda riflessione riguarda la costruzione sociale della conoscenza. Un tema che la Psicologia Sociale di matrice europea ha posto già dal Secondo dopoguerra, e che è divenuto paradigma teorico grazie alla Scuola ed al pensiero di Serge Moscovici. Non tanto nella sua declinazione del rapporto tra scienza ufficiale e “scienza ingenua” (anche se, purtroppo, il Coronavirus si presterebbe bene a studi di questo genere), ma nelle vicende che vedono impegnata la dimensione dell’informazione.

I Decreti del Presidente del Consiglio affrontano il tema dell’attività all’aria aperta. In modo succinto, ma preciso. L'attività di passeggiare in prossimità della propria abitazione è consentita. Perché allora viene taciuta, o addirittura minacciata di sanzione anche per chi rimane nelle regole e passeggia con le protezioni adeguate (o comunque definite tali dagli organi sanitari/scientifici di competenza) ed in solitudine?
Ripenso ai modelli persuasivi definiti “fear-based”, ossia basati sulla paura.

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L’Ode al dubbio
Efficaci? In alcuni casi, sì. Le ricerche scientifiche psicosociali e di psicologia della salute ne attestano la parziale efficacia. Ma hanno in comune, tutti, la presenza di informazioni corrette. Come si deve intendere “corrette”? Sicuramente vere, e le più precise possibile.

Mi chiedo se ciò sta accadendo nel mio paese, nella piccola comunità dove abito. Altri dubbi, altre mie perplessità. So di aver fatto mia, da molto tempo, l'Ode al dubbio di B. Brecht.

La matrice paternalistica delle regole
È giusto, ancorchè efficace, approcciare un problema di assoluta gravità entro una cornice di natura paternalistica? Non medica, qui (il Giuramento di Ippocrate), ma estesa al corpo sociale, alle comunità?

Il modello che sento trasparire, quasi “trasudare” dalle maglie delle Istituzioni, è di matrice paternalistica, dove il buon padre sa che, per il bene del figlio (altrimenti chissà quali corbellerie combinerebbe…) è opportuno dire alcune cose e ometterne altre. È funzionale? È giusto (ma questa è una domanda etica, che “sfonda” in campi a me sconosciuti come la giurisprudenza e la filosofia morale)?

Un incubo da cui svegliarsi
Tante domande, tanti dubbi. Nessuna risposta. Solo l’affacciarsi su un mondo totalmente distante da quello che preesisteva due mesi fa, da farlo ritenere un sogno, un brutto incubo (in senso sanitario, giuridico, sociale) dal quale vorresti svegliarti subito.

Una costruzione sociale parziale dei fenomeni di realtà è, sarà efficace? Sarà in grado di responsabilizzare le persone nei prossimi giorni, o mesi a venire, quando comunque si dovranno prendere decisioni su cosa fare per convivere con questo mostro terribile, invisibile, che ha invaso le nostre vite? Sarà in grado il paternalismo di emancipare e responsabilizzare le persone a comportamenti sicuri e corretti fuori dalle mura (rassicuranti?) domestiche?

Il rapporto dell’uomo con la norma
Ultima domanda. Il rapporto dell’uomo con la norma.
Senza un corpus di norme, una società sarebbe impossibile a realizzarsi. Anche le società non umane, come quelle delle scimmie antropomorfe, o dei gatti, che vivono in colonie organizzatissime, ne possiedono.
Un rapporto complesso, difficile, irto di ambivalenze.

Come presentare una norma così restrittiva, che nessuno mai avrebbe pensato, sognato di dover applicare ai cittadini del tuo paese? Qui non parliamo di mafia, di criminalità organizzata, di estorsioni, rapine e omicidi. No. Parliamo di trecento metri per andare a comperare il giornale, una scatola di the.

I difficili panni delle Forze dell’ordine
Penso alle Forze dell’ordine, e mi chiedo come vivano, esse stesse, questo ruolo. Non so. Non ho idea. Ma so che non vorrei essere nei loro, credo difficili, panni.

Assorta in quest’ultima riflessione, sento una macchina sopraggiungere dietro di me. Un sobbalzo interno, dal profondo, mi fa afferrare la Dichiarazione che porto dentro la borsetta. Li aspettavo. Qualcosa mi aveva detto che sarebbero venuti. Passa la loro auto accanto a me, sfila alla mia destra. Mi oltrepassa.

Forse, a quest’ultima domanda, mi è stata data una, seppur minima, risposta.

Per approfondire:
Uscire di casa, tra sindrome del prigioniero e Kamchatka
Colonna sonora per la mia quarantena
Coronavirus, che succede quando i numeri diventano nomi

* Collaboratrice di ricerca in Psicologia presso l’Università di Bologna e professore di Psicologia presso l’Istituto Universitario Isia di Faenza

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