L’analisi

Ora più flessibilità, poi riforma: parte la sfida al Patto di stabilità

La storia ormai quasi trentennale dei “vincoli europei” parte dalla premessa che quei target di bilancio scolpiti nei Trattati sono ormai unanimemente considerati superati

di Dino Pesole


Parte la sfida ai vincoli europei

3' di lettura

Dal Trattato di Maastricht del 1992 al Patto di stabilità e di crescita del 1997, passando dalla più rigida disciplina di bilancio introdotta negli anni della grande crisi del 2011-2012 per finire con le nuove e più flessibili “interpretazioni” del set di regole europee introdotte nel 2015. La storia ormai quasi trentennale dei “vincoli europei” parte dalla premessa che quei target di bilancio scolpiti nei Trattati sono ormai unanimemente considerati superati. La sfida per la nuova Commissione europea è individuare il tragitto, necessariamente a tappe, che dovrà condurre a una loro profonda rivisitazione.

GUARDA IL VIDEO - Parte la sfida ai vincoli europei

Se si guarda ai dati, il debito pubblico dei paesi Ue dovrebbe attestarsi nel 2020 al 78,4%, mentre per i paesi dell’eurozona è prevista una media dell’84%. Valore che si colloca tra il picco massimo del 163,9% atteso per la Grecia e quello minimo dell’8,1% previsto per l’Estonia, mentre l’Italia viaggia verso il 131,1 per cento. Il tetto massimo è fissato al 60%, dunque buona parte dei paesi europei risulta fuori linea, ma quel che conta – si è detto subito, ed ecco la prima “reinterprazione” – è un credibile percorso di avvicinamento a quel target.

Quanto al deficit nominale, la media Ue nel 2020 è indicata allo 0,3% (0,1% nell’eurozona), con il disavanzo obiettivo dell’Italia (2,1%) che risulterebbe il secondo più elevato dopo la Romania (2,7%). È dal 2003 in verità che le “deroghe” alla disciplina di bilancio sono divenute di fatto il primo grimaldello per riformarne nella sostanza l’impianto. La proposta avanzata dalla Commissione Ue di sanzionare Francia e Germania per disavanzo eccessivo fu respinta dal Consiglio. Si cominciò a far strada il ricorso alle «circostanze eccezionali», peraltro previste già nell’impianto originario del Patto di stabilità, ma con un’accezione più ampia: non solo disastri naturali e periodi di prolungata recessione, ma anche riforme in grado di aumentare il potenziale di crescita delle economie, nuovi fattori di sostenibilità del debito quali la consistenza del risparmio privato, la solidità del sistema bancario e la tenuta dei conti della previdenza. Da «stupido» (la definizione è di Romano Prodi) il Patto di stabilità comincia a divenire più flessibile.

Tendenza bruscamente interrotta nella stagione del rigore, con l’introduzione di più pressanti vincoli attraverso il Fiscal Compact, il Two Pack e il Six Pack, e che ora verrà sottoposta al necessario restyling.

In quale direzione e con quali possibili intese politiche? La parola d’ordine della nuova Commissione presieduta da Ursula von der Leyen, con Paolo Gentiloni chiamato a gestire il portafoglio più rilevante, quello degli Affari economici, è semplificare le regole. La stessa neo presidente nel suo discorso programmatico di luglio all’Europarlamento ha fatto esplicito riferimento all’utilizzo «di tutta la flessibilità consentita dalle regole». Si procederà a tappe dunque, per non rischiare lo scontro frontale con i paesi nordici tradizionalmente più rigoristi, Olanda in testa.

In questa prima fase ci si muoverà all’interno delle regole in vigore, senza metter mano ai Trattati. Lungo il tracciato segnato dalla Comunicazione sulla flessibilità adottata dalla Commissione Juncker nel gennaio 2015. Riforme, investimenti (materiali e immateriali) ora più esplicitamente diretti alle tecnologie digitali e al «new green deal», per ottenere spazi di bilancio aggiuntivi. Probabile rivisitazione dell’Obiettivo di medio termine, in sostanza il principio dell’equilibrio di bilancio, revisione del parametro del deficit strutturale che potrebbe lasciare il campo a un nuovo indicatore basato sull’andamento della spesa proiettato su quattro anni.

Si tratterebbe in questo caso di riprendere le conclusioni del Consiglio informale Ecofin di Amsterdam dell’aprile 2016, così da risolvere l’annoso contenzioso che oppone in particolare Roma e Bruxelles sul calcolo del Pil potenziale, il cosiddetto output gap. In parallelo potrebbe avviarsi la trattativa politica per rivedere attraverso una modifica dei trattati i parametri di Maastricht, con un percorso da completare entro la fine della legislatura comunitaria nel 2024.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...