L’analisi

Ora la procedura di infrazione contro Roma diventa una partita tutta politica

di Dino Pesole

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2' di lettura

Dal punto di vista della disciplina di bilancio europea, il nostro paese sarebbe già tecnicamente in procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo causato dalla violazione della regola del debito. Dal punto di vista politico – dove si gioca la vera partita – tutto dipenderà da un lato dall’atteggiamento che il governo intenderà adottare (scontro o trattativa?), dall’altro dai governi europei, prima ancora che dalla Commissione. Occorrono alleati, dunque. In quale campo? Il dialogo va aperto prima di tutto con Germania e Francia alle prese peraltro con leadership indebolite, alla ricerca loro stessi di interlocutori credibili e affidabili in vista delle nomine nei posti chiave delle istituzioni europee, ma anche con le formazioni politiche che governeranno l’Europa per i prossimi cinque anni: popolari, socialisti, liberali e forse anche verdi. Pare illusorio attendersi sponde dai paesi “sovranisti”, che al contrario sui conti pubblici italiani sono orientati verso un atteggiamento rigorista (come l’Austria). La lettera inviata ieri al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, è propedeutica ai prossimi passaggi. Si chiede di elencare i “fattori rilevanti” che motivano la mancata osservanza nel 2018 del criterio del debito. La risposta verrà a breve, come avvenuto anche nel recente passato. Con un problema in più. Se tra il 2015 e il 2018 dal totale della “flessibilità” europea i governi Renzi e Gentiloni hanno ottenuto circa 30 miliardi, ora la posta in gioco si restringe notevolmente. Non si possono più far valere le clausole di flessibilità per riforme e investimenti, già utilizzate. Si potranno al massimo invocare i fattori rilevanti derivanti dalla drastica frenata dell’economia, che valgono non più dello 0,2% del Pil, vale a dire 3,5 miliardi. Pochi margini di manovra dunque, e qui la partita ritorna in pieno nel campo della politica. Le regole e le eccezioni alle regole si possono interpretare, estendere o restringere a seconda dei casi e delle circostanze politiche. La stessa Commissione Juncker ha adottato finora una linea non certo rigorista nell’assimilare a circostanze eccezionali i costi sostenuti dall’Italia per l’accoglienza dei migranti o per la sicurezza, ma anche nel ponderare gli effetti della frenata del Pil (che la rigida applicazione delle regole europee vedrebbe applicati in prevalenza a casi di gravi recessioni o a calamità naturali). Questa volta sarà più complicato, anche perché non solo il nostro paese non rispetta la regola del debito (che nel 2018 cresce al 132,2% contro il 131,4% del 2017, e che secondo Bruxelles salirà al 133,7% quest’anno e al 135,2% nel 2020), ma non ha ridotto come promesso il deficit strutturale dello 0,3% del Pil (la distanza che separa le richieste Ue dagli impegni assunti dall’Italia ammonta allo 0,7%). Il 5 giugno verranno rese note le “raccomandazioni” della Commissione e poi la palla passerà all’Ecofin, quindi alla sede politica. Per evitare la procedura d’infrazione, accanto a un’accorta trattativa politica, occorrerà inviare segnali. Tra questi l’impegno a ridurre il deficit strutturale almeno dello 0,2% potrebbe certamente contribuire ad evitare il muro contro muro.

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