intervista ad alessandro d’adda (Mbs Consulting )

«Ora si può personalizzare l’offerta sul cliente»

di Gaia Giorgio Fedi


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Alessandro D’Adda (mbs Consulting)

2' di lettura

«Il mondo delle assicurazioni è stato il primo a sviluppare un business basato sui dati. La scienza attuariale nasce nel settore, che ha da sempre utilizzato la statistica per determinare le tariffe», commenta Alessandro D’Adda, partner di Mbs Consulting, società di consulenza strategica nel settore dei servizi finanziari. Ma oggi, spiega l’esperto, questi dati vengono sempre più spesso analizzati non solo a fini tariffari o per determinare con maggiore precisione il rischio attuariale, ma anche per personalizzare l’offerta sul singolo cliente.

Qual è stato il motore di questa innovazione?

Un primo motore importante è individuabile nella telematica. Le scatole nere consentono di fare analisi sempre più sofisticate, di ricostruire precisamente la dinamica del sinistro e di rilevare anche l’entità dell’incidente, un aspetto importante in funzione antifrode, ma anche di analizzare gli stili di guida. Una svolta importante, perché ovviamente un cattivo guidatore ha maggiori possibilità di fare incidenti. La telematica non è rimasta circoscritta al mondo dell’RC auto: oggi la maggior parte delle compagnie offre delle smart box abbinate alle polizze casa. Questi strumenti contengono spesso rilevatori di fumo, sensori di allagamento, sensori di sbalzi elettrici: consentono anche in questo caso di ridurre il numero di frodi, ma anche di prevenire gli incidenti o di intervenire in tempo perché il danno sia contenuto.

Quindi sono soprattutto questi strumenti ad aver promosso la rivoluzione del settore assicurativo?

Un ulteriore fattore di svolta è stato l’impiego di modelli di advanced analytics, che permettono di fare l’analisi comportamentale dei clienti. Sulla base dei dati storici riconoscono dei pattern, quindi sono dei modelli predittivi, che per esempio possono dire se c’è un’elevata probabilità che quel cliente voglia cambiare compagnia, e quindi consentire di avviare iniziative per trattenerlo. Ma la tecnologia aiuta anche nella fase di determinazione del danno prodotto dal sinistro: oggi ci sono per esempio algoritmi e modelli di riconoscimento dell’immagine in grado di dare una stima del danno precisa, a volte senza necessità di inviare un perito, e consentono quindi di liquidare il risarcimento più rapidamente e con minori costi, favorendo il cliente e la compagnia.

Come cambia il settore con la digitalizzazione? Le compagnie tradizionali sono a rischio?

Non vedo un rischio di disruption sulle compagnie tradizionali, almeno non sulle società più grandi, che si sono attrezzate per cogliere le opportunità della digitalizzazione, e hanno dei team strutturati di data scientist per analizzare i dati sulla base di modelli sempre più sofisticati. Sono più esposte le società più piccole, che magari hanno minori margini per investire in innovazione ma possono appoggiarsi in maniera strutturale alle società di insurtech che offrono servizi innovativi per le assicurazioni, mentre le grandi magari devono farlo solo in un primo momento e poi possono sviluppare i servizi innovativi in house. In ogni caso, per sintonizzarsi sul cambiamento occorre fare un salto culturale e passare a un approccio “data-driven”: cioè prendere le decisioni su ciò che dicono i dati, anche quando le conseguenze non paiono intuitive. Non è un passaggio facile per le assicurazioni, che sono fisiologicamente un business dove l’avversione al rischio è maggiore rispetto ad altre culture.

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