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Orban e Kaczynski divisi, il gruppo di Visegrad ai margini nella nuova Ue

di Luca Veronese

I 10 leader politici che comandano in Europa


3' di lettura

Il fronte sovranista a due mesi dalle elezioni europee stenta a compattarsi. Anzi, sembra dare segni di debolezza a Est, dentro al suo nucleo tradizionale, il gruppo dei quattro di Visegrad. L’ungherese Viktor Orban, il leader dell’Europa delle patrie contro il rafforzamento dell’Unione, ha deciso di restare dentro alla grande famiglia dei Popolari europei.

La destra populista polacca di Jaroslaw Kaczynski si fa sentire poco sulla scena internazionale, guarda dentro i propri confini per difendersi dagli attacchi delle opposizioni, e a Strasburgo non ha intenzione di muoversi dall’Alleanza dei conservatori e riformisti. La Slovacchia con la nuova presidente Zuzana Caputova si avvia verso una stagione di lotta alla corruzione, pragmatismo politico e affermazione dei diritti di tutti i cittadini che guarda all’Europa come alleato fondamentale. Mentre la Repubblica Ceca continua a ondeggiare tra l’euroscetticismo moderato di Andrej Babis e gli umori del presidente filo-russo Milos Zeman.

Verso le elezioni europee
Per i quattro di Visegrad non ci sono all’orizzonte alleanze in Italia con la Lega o con i Cinquestelle. E nemmeno in Francia o con le destre del Nord Europa sono stati avviati confronti che vadano al di là della simpatia politica o le affinità teoriche su temi come i migranti. I partiti della destra populista stanno facendo corse separate, ciascuno badando ai propri interessi, come quasi inevitabile per forze che mettono la loro patria prima di tutto, fanno del nazionalismo una religione, e usano la religione per sostenere il loro nazionalismo. Orban e Kaczynski e i loro alleati nei Paesi dell’Est europeo rischiano di contare poco o nulla anche nel nuovo Parlamento. Potrebbero essere di nuovo relegati ai margini rispetto alle strategie di Francia e Germania per il rinnovamento dell'Unione.

Da Visegrad in ordine sparso
Orban prosegue nella sua deriva autoritaria in Ungheria ma in Europa ha scelto il compromesso con i Popolari. «Nessuno ci può sospendere o espellere dal Partito popolare europeo», ha detto il premier ungherese spiegando di avere optato per «l’autosospensione» dopo aver minacciato l’addio sbattendo la porta. Per poi rinnovare il sostegno al leader conservatore Manfred Weber per la guida della prossima Commissione. Anche i Popolari non escono benissimo da questa vicenda: hanno scelto di non espellere Orban in cambio dei voti del Fidesz evitando di prendere posizione sugli attacchi continui di Budapest contro Bruxelles e contro le istituzioni europee: sui migranti, sui principi fondanti della Ue, sul modello stesso di società multiculturale e multireligiosa.
In Polonia la campagna elettorale guarda già oltre il voto europeo di fine maggio: Kaczynski con Diritto e Giustizia è già concentrato sulle elezioni per rinnovare il Parlamento di Varsavia che si terranno in autunno. La destra parte in grande vantaggio ma i sondaggi e la storia politica polacca dicono che niente è ancora deciso.
In Slovacchia la svolta è già arrivata con l’elezione alla presidenza di Zuzana Caputova, 45 anni, avvocatessa ambientalista, favorevole ai matrimoni gay e ai diritti Lgbt. «Sono felice del risultato - ha detto Caputova, dopo la vittoria - perché abbiamo dimostrato che si può fare politica con le opinioni proprie e che la fiducia si può conquistare anche senza usare parole aggressive e senza ricorrere a colpi bassi. Ora abbiamo la prova che l’onestà può essere la nostra forza». La nuova presidente ha promesso «tenacia nel processo di rinnovamento che si è appena messo in moto» e ha più volte ribadito la sua fiducia nell’Europa. Difficile immaginare una leader più lontana dai sovranisti come Orban e Kaczynski. In Repubblica Ceca infine, il governo di Babis, appare più preoccupato del rallentamento economico dell’Europa (e in particolare della Germania) che della tenuta del fronte sovranista.

Se l’economia europea rallenta
Le difficoltà dell’economia tedesca mettono infatti nei guai anche i governi dei quattro di Visegrad. I mercati della Ue rappresentano lo sbocco di gran lunga dominante per le esportazioni di questi Paesi: nel caso di Repubblica Ceca e Slovacchia la quota destinata all'Unione supera l'80% dell’export complessivo. L’industria dei quattro di Visegrad è totalmente integrata in quella europea e tedesca, nell’automotive come nella farmaceutica, ma anche nell’agroalimentare. Il fronte sovranista si è compattato negli ultimi anni per contrastare le politiche sui migranti ma non ha mai raggiunto intese su questioni che nei fatti finiscono per dividere i nazionalisti, come la riassegnazione dei fondi europei nel nuovo budget comunitario.
Nel nuovo Parlamento europeo le destre nazionaliste dell’Est potrebbero essere messe ai margini, proprio in una fase economica difficile. Il nazionalismo dei governi di Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca è cresciuto assieme all’espansione economica e ha bisogno di un Pil in continua, tumultuosa, progressione per mantenere il consenso oltre che per sostenere lo sviluppo.

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