I fondi per la ripresa

Orban rimandato a settembre: il recovery plan è da rivedere

Bruxelles congela le risorse chieste dall’Ungheria per problemi legati ad «appalti e corruzione», ma sullo sfondo c’è lo scontro con i sovranisti sullo Stato di diritto. Il premier magiaro: «Finanzieremo i nostri progetti anche senza i soldi Ue»

di Luca Veronese

(EPA)

3' di lettura

L’Ungheria di Viktor Orban dovrà aspettare almeno fino a fine settembre per vedere approvare il piano di ripresa nazionale. E anche per la Polonia la procedura di assegnazione dei fondi europei potrebbe allungarsi di almeno due mesi. E questo nonostante Varsavia, almeno nell’ultima settimana, abbia evitato i toni roboanti di sfida usati invece dall’alleato di Budapest che ha attaccato frontalmente la Commissione di Ursula von der Leyen, dicendosi pronto a fare «senza le risorse europee». Tutto nel nome del sovranismo.

I ministri delle Finanze dell’Unione europea, riuniti ieri in videoconferenza, hanno dato il via libera ai piani nazionali di ripresa e resilienza di altri quattro Paesi membri: Cipro, Croazia, Lituania e Slovenia. Facendo così partire il conto alla rovescia che porterà in tempi rapidi all’erogazione dei prefinanziamenti Ue per i progetti indicati dai singoli governi.

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Seidici Paesi hanno già ricevuto il via libera ai finanziamenti

Con le quattro approvazioni ufficializzate ieri, sono ormai sedici i piani nazionali accettati da Bruxelles, con tutte le maggiori economie già promosse. Il Recovery Fund rappresenta uno sforzo senza precedenti per l’Unione europea, un fondo da 750 miliari di euro per sostenere la ripresa dopo la pandemia da Covid, puntando soprattutto sull’economia verde e sulle tecnologie digitali. I 27 Paesi hanno l’opportunità di ricevere miliardi di sovvenzioni e prestiti a basso costo per investire e realizzare le riforme (con un prefinanziamento che in questa fase di avvio copre il 13% dei fondi assegnati a ciascun Paese). Un’operazione storica con un’emissione di debito comune, nella quale la Commissione può fare valere sui mercati il suo rating di credito AAA.

«L’Ecofin ha dato una valutazione positiva dei piani dei quattro Paesi - ha detto il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis - e del mix di riforme e investimenti presentato. Il prossimo passo ora è mettere in atto questi piani e far partire la ripresa dell’economia europea». Lo stesso Dombrovskis ha spiegato che «la Commissione erogherà i prefinanziamenti non appena gli adempimenti tecnici lo permetteranno: una questione di settimane o in alcuni casi, di giorni». Poi, con la firma degli impegni bilaterali, arriveranno gli stanziamenti già approvati: «Credo per l’estate - ha aggiunto il vicepresidente della Commissione - o al più tardi all’inizio di autunno».

Ungheria e Polonia ancora sotto esame

Ma non per l’Ungheria che ha chiesto 7,2 miliardi di euro in sovvenzioni europee (prendendo tempo sui prestiti). E nemmeno per la Polonia che ha chiesto all’Unione 23,9 miliardi in sovvenzioni e 12,1 miliardi di euro in prestiti. «La Commissione ha proposto all’Ungheria una proroga fino al 30 settembre per l’analisi del piano nazionale di ripresa, le discussioni sono in corso, occorre trovare un accordo», ha detto Dombrovskis, aggiungendo che «per l’analisi del piano della Polonia c’è già una proroga in corso, ma non escludiamo possa servire più tempo».

La Commissione ha bloccato il piano di Budapest per problemi di trasparenza negli appalti e di corruzione: «Non approveremo il piano fino a quando Budapest non porterà a termine la riforma giudiziaria e non arginerà la corruzione», ha dichiarato il commissario alla Giustizia Didier Reynders. Ma è evidente che l’assegnazione dei fondi risente dello scontro sullo Stato di diritto in atto da anni tra Bruxelles e la destra al potere nei due Paesi.

Polonia e Ungheria, del resto, hanno bloccato per mesi l’approvazione del Recovery Fund con il quale la Ue doveva rispondere all’emergenza sanitaria, economica e sociale. E solo nel luglio del 2020 hanno accettato un compromesso con il quale i finanziamenti sono stati legati (in modo blando) al rispetto dello Stato di diritto.

Le leggi contro i diritti Lgbt+

Nelle scorse settimane la Commissione Ue ha avviato due procedure di infrazione contro Varsavia e Budapest per avere violato i diritti fondamentali di uguaglianza attraverso due nuove leggi che discriminano la comunità Lgbt+. La Corte europea ha inoltre bocciato la riforma della Giustizia introdotta in Polonia perché non rispetta l’indipendenza dei magistrati. Mentre negli anni la stretta sovranista aveva già colpito i migranti, le Ong, il sistema scolastico, le università, la libertà di stampa.

«Bruxelles si muove con motivazioni politiche e ideologiche, prendendo di mira le leggi ungheresi», ha detto Orban, facendo riferimento a quella che per il suo governo è una «legge per proteggere i bambini», ma che per la Commissione europea è «una vergogna», un provvedimento che di fatto equipara omosessualità e pornografia, attaccando la comunità Lgbt+. «Eravamo vicini all’accordo - ha aggiunto il premier ungherese - poi, all’improvviso, siamo diventati dei corrotti», ha aggiunto mettendo in discussione le stesse istituzioni comunitarie. E arrivando, in un impeto nazionalista a mettersi da solo fuori dalla Ue: «I fondi che spettano all’Ungheria arriveranno in ritardo di mesi o forse non arriveranno affatto. Vorrà dire - ha detto Orban ai suoi sostenitori - che faremo da soli, finanzieremo nostri progetti con il bilancio ungherese».

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