SANITÀ E ARCHITETTURA

Orizzontale, flessibile e connesso, l’ospedale del futuro esiste già

Spazi modulabili, impiantistica all’avanguardia, iperconnessioni e a misura di paziente. La pandemia ci restituisce l’urgenza di strutture sanitarie capaci di sostenere le nuove sfide. E qualche esempio si trova anche in Italia

di Paola Pierotti

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Ospedale di Monselice

Spazi modulabili, impiantistica all’avanguardia, iperconnessioni e a misura di paziente. La pandemia ci restituisce l’urgenza di strutture sanitarie capaci di sostenere le nuove sfide. E qualche esempio si trova anche in Italia


5' di lettura

Flessibilità, capacità di adattamento, predisposizione di aree ospedaliere isolabili in caso di emergenza, ma sempre connesse con tutti i servizi. Attenzione agli impianti, che per il settore specifico pesano anche il 40-50% dell’investimento, e alla gestione dei flussi per poter separare zone e percorsi. Questo l’identikit dell’ospedale del futuro, capitalizzando anche la recente lezione pandemica.

Tra le voci degli esperti quella del professor Mauro Strada, presidente della società padovana Steam, coordinatore della progettazione tra l'altro del polo ospedaliero di Monselice/Este, primo ospedale Covid-19 nel comune di Schiavonia, architettura che ha fatto tesoro del concept del francese Aymeric Zublena. «Quello di Monselice è un ospedale orizzontale, alto tre piani, con spazi molto ampi che hanno sicuramente aiutato in questa emergenza. Particolare attenzione in questa struttura – racconta Strada – era stata dedicata anche alla flessibilità: qui ci sarebbero stati due reparti da 15 posti ciascuno, per situazioni particolari come quelle infettive (pronti per passare con opportune regolazioni da immuno-depressi a standard a infettivi), ma la pandemia è stata più veloce e 30 posti non sono stati sufficienti. Così, con il numero crescente di malati da Coronavirus, il modello Veneto ha previsto la conversione in “ospedali Covid” e tutti i malati con altre patologie sono stati trasferiti in strutture diverse».
Per l’emergenza, ha pagato quindi nel caso specifico la scelta progettuale della flessibilità, degli ampi spazi, della gestione dei percorsi: «i layout architettonici – commenta Strada – devono e dovranno permettere la segregazione di flussi». «Non ci sono modelli di architettura da preferire – aggiunge sulla stessa linea Gianfranco Carrara, Ordinario di Architettura Tecnica alla Sapienza di Roma e oggi direttore lavori del nuovo Covid Hospital Marche – ci sono modelli organizzativi e sanitari, quello funzionale di volta in volta va adattato. Così come accade semplicemente anche con le case: tutte diverse nonostante ci sia una cultura univoca dell’abitare».

IRCCS GALEAZZI (copyright: BininiPartners)

A Milano ha ripreso il 16 aprile il cantiere del nuovo Galeazzi e da lunedì 4 maggio è entrato a pieno regime con più di 300 operai sul posto. «È un ospedale verticale, supererà i 90 metri di altezza – racconta Tiziano Binini della Binini Partners – la scelta è stata fatta perché quando le aree sono rare e costose, vale la pena privilegiare la soluzione verticale. Questo ospedale unisce ricerca, insegnamento e cura. Si sta gettando ora il nono solaio, la data presunta per la consegna è la fine del 2021 e prima del lockdown eravamo in linea con i tempi». Anche da questo caso-scuola si evincono gli elementi di un Dna comune: organizzazione dei percorsi per separare i flussi (in questo caso in verticale con colonne dedicate per pazienti, visitatori, materiali), spazi di decompressione (qui il settimo piano sarà “calmo”, per rispettare vincoli normativi di sicurezza ma facilmente utilizzabile come ospedale “dormiente” da 120 posti letto) e massima flessibilità (tutti i piani sono vuoti e open space, per facilitare gli spostamenti ad una distanza inferiore di 10 metri, in alternativa ai lunghi corridoi di altre strutture).

Quando si parla del futuro del settore dell’healthcare gli esperti condividono che i primi investimenti vadano fatti sulla medicina territoriale, sui servizi di prevenzione: «Non va lasciato tutto agli ospedali, bisogna dare concretezza e diffusione ai progetti di telemedicina e visite a distanza» commenta Strada. E constatate le criticità legate ai grandi numeri della pandemia, cosa fare per gli ospedali in fase di progettazione e costruzione? «Creare delle zone che si possono separare dal resto dell’ospedale, anche con ingressi separati, un ospedale nell’ospedale che possa essere convertito per specifiche necessità senza precludere gli altri servizi agli altri ospiti».
«Il Covid – aggiunge Carrara – ci ha insegnato che sono stati fatti tagli drammatici non solo per i posti-letto ma anche sul personale, compresi gli accessi alle scuole di specializzazione. Nell’idea che gli ospedali diventino strutture per soli acuti, sono stati ridotti i letti e il territorio è rimasto sguarnito ad esempio di luoghi per la riabilitazione o la lungo-degenza. Non solo, si pensava che le malattie infettive fossero una cosa che apparteneva al passato, invece..».
Il professore di Padova ha dato anche il suo contributo all’Aicarr per la definizione di un protocollo per la riduzione del rischio da diffusione del virus mediante impianti di climatizzazione e ventilazione in ambienti sanitari e tra i temi sottolineati quello dell’aumento dei ricambi d’aria, in particolare nelle terapie intensive, il potenziamento di filtri assoluti nelle aree di espulsione, il necessario raddoppio di aree per terapie intensive e sub-intensive, anche con aree separate e ancora il potenziamento di impianti di gas medicali. Non secondarie le indicazioni sulla logistica, dovendo prevedere spazi per il lavaggio e la decontaminazione dei mezzi e l’immagazzinamento di prodotti speciali. Come accade per altre tipologie edilizie, il virus può essere considerato di fatto un acceleratore per spingere sul cambiamento di layout, «anche con iniziative non necessariamente costose – dicono architetti e ingegneri – se pensate in fase di progettazione e nei nuovi ospedali».

Preso atto che il tema delle infrastrutture per la salute e la sanità richiede un grande piano di riorganizzazione, in alcune regioni come la Lombardia, le Marche e la Campania intanto si è dovuto far fronte all’emergenza Covid con strutture temporanee e da record in termini di tempo e performance. «In linea generale bisognerebbe ragionare sui progetti futuri non in fase di emergenza» dice anche Mario Cucinella che ricorda che la sua Città della Salute a Sesto San Giovanni poteva essere completata in quattro anni e quindi già pronta proprio nell'area focolaio della pandemia. Si potrebbero progettare “in tempo di pace” anche le strutture di emergenza, come già si è dibattuto in Italia in occasione dei recenti terremoti, ma anche in questo caso il Paese si è trovato impreparato.

Oltre alla conversione della fiera di Milano Portello, è in corso la trasformazione della fiera di Civitanova Marche in Covid Hospital (realizzato in 3 settimane, collaudi inclusi) promosso dal Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta, in accordo con la Regione. «Non essendoci il tempo per rifare un piano ospedaliero, anche in questo caso – racconta Carrara, direttore dei lavori – si è scelto di trovare dei grandi contenitori, già con l’involucro, le fondazioni, l’urbanizzazione e l’impiantistica di base, dove intervenire con un programma di allestimento. Si tratta di un centro per l’emergenza che ha una prospettiva di vita di un paio d'anni: 6 moduli da 14 letti ciascuno, larghi 12 e lunghi 30 metri, con tutte le dotazioni dal cablaggio dati alla predisposizione per i gas medicali – continua – un ospedale da 84 letti che potrebbero essere tutti per la terapia intensiva e sub-intensiva».

L’ospedale torna al centro del dibattito e i progettisti insieme alla manifattura made in Italy sono già in campo per scommettere su architetture più umane, su strutture più razionali ed efficaci. Non senza sorprese e innovazione in termini di ricerca, sviluppo e trasferimento tecnologico. A Napoli, Salerno e Caserta è scesa in campo ad esempio con soluzioni chiavi in mano la società Ideamed di Padova insieme a GiPlanet (gruppo BolognaFiere) per realizzare dei reparti specialistici e delle sale operatorie trasportabili. Sono 120 postazioni di terapia intensiva, per complessivi 160 moduli del formato di 6 per 2,4 metri, 2.500 mq di superficie complessiva allestiti con il supporto di un'azienda leader negli allestimenti fieristici che ha riconvertito rapidamente la sua forza lavoro, adattando competenze e risorse. «Pre-Covid, BolognaFiere faceva 190 milioni di euro di fatturato, con una buona parte ricavata dagli allestimenti. Arrivata la pandemia – racconta Antonio Bruzzone, direttore generale BolognaFiere – i colleghi della GiPlanet (che tra gli altri progetti hanno realizzato il padiglione Rcs per Expo Milano 2015 ndr), hanno individuato questa gara campana per continuare a lavorare, in settori extra fieristici».

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