LE PROTAGONISTE/4

Orlando: «Diventare mamma non deve creare battute d’arresto»

di Flavia Landolfi


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2' di lettura

Laura Orlando, milanese, 43 anni, managing partner di Herbert Smith Freehills e responsabile di Life sciences per l'area Emea.

Le donne nelle professioni legali sono in aumento ma nelle posizioni di vertice fanno fatica ad affermarsi. Perché?
Le ragioni sono molteplici, in parte culturali ed in parte strutturali. Tra queste ultime, vi è senz'altro il dato di fatto per cui gli anni in cui nella professione legale “si fa carriera” sono biologicamente coincidenti con gli anni in cui una donna può diventare mamma. La gravidanza e la maternità inevitabilmente implicano un rallentamento dei ritmi professionali. In un mondo ideale, dovrebbe trattarsi soltanto di un rallentamento e non di una battuta d'arresto tale da costringere una professionista a ridimensionare le proprie ambizioni.

Conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Cosa manca?
Occorre incoraggiare una trasformazione culturale nella professione forense che scardini il vecchio assunto per cui il successo di un avvocato si misura in base al numero di ore passate alla scrivania. In verità con un po' di organizzazione si può fare tutto. Nell'era della digitalizzazione e della smaterializzazione, è quantomeno anacronistico continuare a pensare che per garantire certi livelli di prestazioni professionali sia necessaria la presenza fisica in studio 12 ore al giorno, che tipicamente una giovane madre non può – e spesso nemmeno desidera – garantire. Ciò è tanto più vero, tanto più apicale è il ruolo della professionista, che dovrebbe essere misurata in base al raggiungimento di specifici obiettivi, esattamente come si misura la performance dell'amministratore delegato di un'azienda.

Quali novità ha introdotto il suo studio per ridurre il gender gap e per favorire il percorso professionale delle sue colleghe?
Per esperienza personale - avendo anch'io due bambini piccoli - sono convinta che la cosa più preziosa per una donna lavoratrice sia la flessibilità, nei limiti del possibile. In pratica questo significa che, quantomeno quando non ci sono riunioni o udienze o altri impegni che richiedano la presenza fisica, qualunque avvocato dello studio – uomo o donna – deve essere in grado di poter lavorare efficientemente in remoto. Per questo siamo particolarmente attenti ad offrire adeguate soluzioni It, laptop, sistemi di archiviazione delle pratiche in rete, eccetera. È importante che collegandosi da casa od ovunque si possa lavorare esattamente come se si fosse in ufficio, avendo a disposizione tutti i programmi ed i documenti necessari.

Lei ha sfondato il tetto di cristallo. Quali difficoltà ha incontrato?
Devo dire non molte, anche grazie al fatto che lavoro in un contesto internazionale. In Inghilterra la maggior parte dei solicitors sono lavoratori dipendenti e non liberi professionisti come in Italia, e pertanto è culturalmente più naturale per uno studio anglo-australiano come Herbert Smith Freehills che gli avvocati godano di una serie di benefici e di garanzie connesse a questa posizione. Quando ho aperto la sede italiana di Herbert Smith Freehills ero in attesa del mio secondo figlio, eppure questo non ha avuto alcun rilievo agli occhi del nostro management internazionale, come dovrebbe essere normale.

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