Metalli preziosi

Oro da investimento: il distretto di Arezzo cresce e batte la crisi

Nel primo semestre 2020 per l'industria dei lingotti export a + 50% (-44% i gioielli).

di Silvia Pieraccini

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I lingotti prodotti da Chimet gli sbocchi sono gli Stati Uniti d'America, il Regno Unito e la Svizzera, nei caveau delle banche.

Nel primo semestre 2020 per l'industria dei lingotti export a + 50% (-44% i gioielli).


3' di lettura

Il distretto orafo di Arezzo amplia i confini e consolida nuove aree di business, che l’emergenza Covid eleva a veri pilastri industriali. Fino a oggi la città toscana era conosciuta per la produzione di gioielli, avviata dagli etruschi e poi sviluppata dalle botteghe artigiane a partire dal Trecento, fino a diventare l’attività più importante dell’area (2,3 miliardi di export 2019). Ora però nel distretto aleggiano sempre più spesso parole come “affinazione”, “recupero metalli”, lingotti: sono le spie della crescita dell’industria dell’oro da investimento, che produce barre e lingotti sia per il mercato professionale (banche, broker, intermediari finanziari) che per i privati.

È un comparto che - a differenza dei gioielli - con lo scoppio dell’emergenza Covid ha visto crescere la domanda: «Con la pandemia l’oro è tornato ad essere il porto sicuro che mette al riparo dai tassi negativi» spiega Luca Benvenuti, amministratore delegato del colosso aretino Chimet controllato dalla famiglia Squarcialupi, il più grande produttore italiano di oro (3,2 miliardi di fatturato 2019 per il 50% all'export e 200 addetti), in parte destinato all’industria del gioiello, per il resto trasformato in oro da investimento: barre da 12,5 kg e lingotti da 1 kg in su per il mercato professionale. Gli sbocchi sono Usa, Regno Unito e Svizzera, nei caveau delle banche. «L'oro da investimento aiuterà il bilancio di quest'anno, che si chiuderà in linea col 2019», annuncia Benvenuti.

I dati Istat certificano la spinta data dalla pandemia all’industria dei lingotti: nel primo semestre 2020 l’export di metalli preziosi ad Arezzo ha segnato +50,9%, a fronte del -44% registrato dai gioielli, anche se il boom era già in atto da tempo (+77% l'export di metalli preziosi aretini nel 2019, passato in un anno da 2,6 a 4,6 miliardi). Sulle performance incide l’aumento del prezzo dell’oro, che però non ha scoraggiato gli investitori: «La corsa continua nonostante il prezzo alto perché chi compra oro lo fa in un’ottica di protezione del capitale», spiega Ivana Ciabatti, titolare dell’aretina Italpreziosi, leader nell’oro da investimento - produce lingottini da 2 grammi a 1 kg per il mercato privato - con 2,7 miliardi di fatturato 2019 in aumento del 40% quest'anno e 55 addetti.

Ciabatti, battagliera presidente di Federorafi-Confindustria, non ha dubbi: «Arezzo sta diventando un polo di importanza mondiale per la produzione di lingotti perché ha tre affinazioni ‘good delivery'». Italpreziosi, Chimet e la più piccola Tca sono infatti nella ristretta lista mondiale di aziende certificate ‘good delivery' da Lbma-London Bullion Market association, cosa che permette di scambiare i lingotti come se fossero moneta.

La differenza fra le tre aziende è nella fonte di approvvigionamento. Italpreziosi detiene partecipazioni in alcune miniere d’oro del Nord e Centroamerica quotate alla Borsa di Toronto, e nello stabilimento aretino affina il materiale grezzo. Chimet (il vero precursore) e Tca hanno dato vita a un polo del recupero di metalli preziosi dagli scarti di lavorazione dell'industria chimico-farmaceutica, elettronica, orafa che ormai è un ‘distretto nel distretto'.

“Noi recuperiamo l'oro prima di tutto dal mercato della gioielleria – spiegano Giacomo Rossi e Tommaso Chiarini di Tca, 837 milioni di giro d'affari 2019 che sarà confermato nel 2020 e 123 addetti – e lo rivendiamo al settore orafo, alle raffinerie svizzere e alle banche sotto forma di barre standard. La pandemia ha messo in crisi i gioielli e ci ha spinto a potenziare la produzione di oro da investimento”.

Un business in cui presto arriveranno altri attori come Safimet, oggi specializzata nel recupero di platino, palladio e rodio. «Il polo di Arezzo è l'unico in Italia che recupera metalli preziosi dagli scarti di lavorazione - spiega Martino Neri, presidente e co-fondatore di Safimet, 280 milioni di ricavi 2019 con un margine lordo di 2 milioni e 60 addetti – e dunque è un vero esempio di economia circolare, attivo in un mercato che cresce. Noi investiremo altri sette milioni per completare gli impianti dello stabilimento inaugurato tre anni fa con l’obiettivo di potenziare il recupero dell'oro per fare lingotti».

Spazi di crescita ce ne sono. «Il distretto dell’affinazione potrebbe creare nuovi posti di lavoro se le autorizzazioni fossero più veloci – conclude Benvenuti -. Alla Chimet abbiamo un piano di sviluppo che attende da otto anni: i tempi italiani non sono in linea con le esigenze delle aziende, mentre all’estero i nostri competitor corrono».

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