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Oro record: non è il coronavirus ma la cura delle banche centrali

Il coronavirus rischia di mandare il mondo in recessione. Ma il rally, più che della paura, è scatenato dai fiumi di denaro con cui governi e banche centrali cercano di sorreggere l’economia

di Sissi Bellomo

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(Reuters)

Il coronavirus rischia di mandare il mondo in recessione. Ma il rally, più che della paura, è scatenato dai fiumi di denaro con cui governi e banche centrali cercano di sorreggere l’economia


2' di lettura

L’oro ha ritrovato vigore, al punto che nel giro di pochi giorni non solo ha superato di slancio la soglia dei 1.700 dollari l’oncia ma è ormai vicino a raggiungere quota 1.800 dollari.

Al Comex di New York i futures per giugno si sono spinti fino a 1.788,80 dollari, mentre sul mercato spot londinese (che mantiene un divario elevato) il prezzo ha sfiorato 1.750 dollari, valori che in entrambi i casi non si vedevano da oltre sette anni.

Mentre il coronavirus semina incertezza e le banche centrali stampano denaro a ritmi senza precedenti, il lingotto è tornato nel mirino degli investitori, che comprano di nuovo a piene mani.

Il patrimonio degli Etf sull’oro aumenta rapidamente. Nel primo trimestre ci sono stati acquisti netti per 23 miliardi di dollari, il massimo storico secondo il World Gold Council. E ad aprile c’è stata un’ulteriore accelerazione.

Questo mese gli Etf hanno già accumulato 83 tonnellate di oro, in aggiunta alle 298 tonnellate dei primi tre mesi dell’anno.

Nel frattempo sui mercati finanziari si è conclusa la fase di liquidazioni che aveva interessato il metallo prezioso, soprattutto a metà marzo. Le vendite erano state dettate in gran parte dalla necessità di compensare perdite o margin call su altri asset.

Oggi gli investitori sono tornati. E a ricondurli verso l’oro non sembra essere la fuga dal rischio. O almeno: non la classica fuga dal rischio. Anche i listini azionari – più o meno razionalmente – guadagnavano terreno martedì 14, mentre il metallo prezioso scalava nuove vette, portandosi addirittura al record storico nella valuta europea (1.580 €/oncia).

La paura, che induce alla ricerca di beni rifugio, è senza dubbio un elemento sulla scena: per effetto della pandemia il mondo sta andando incontro alla peggiore recessione dagli anni ’30 del secolo scorso secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), che per quest’anno ora prevede una contrazione del Pil del 3% a livello globale.

A restituire smalto all’oro è però soprattutto la medicina che viene somministrata all’economia per risollevarla dagli effetti del coronavirus. Governi e banche centrali – con la Federal Reserve in prima linea – stanno facendo iniezioni da cavallo di liquidità. E questo prima ancora di aver ritirato del tutto gli stimoli messi in campo per superare la crisi finanziaria del 2008-2009.

La massa di denaro in circolazione cresce ogni giorno di più ed è così imponente che la prospettiva dell’inflazione è tornata a preoccupare, nonostante i consumi asfittici e la paralisi delle attività produttive. L’uscita dal lockdown rischia di diventare un grattacapo sotto il profilo delle politiche monetarie.

L’oro tende ad apprezzarsi quando i tassi di interesse reali (specie in area dollaro) scendono. E il fenomeno oggi è di nuovo molto evidente.

Dopo che la Fed la settimana scorsa ha lanciato un programma di Qe e prestiti alle imprese da 2.300 miliardi di dollari, il tasso reale dei Treasury a dieci anni è sceso a -0,50% (a inizio anno era +0,15%).

Nel resto del mondo la tendenza è la stessa. Anche in Europa i ministri delle Finanze hanno appena varato stimoli per 540 miliardi di euro, che si aggiungono a quelli messi in campo dai singoli governi.

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