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OroArezzo, i gioielli italiani sorpassano turchi e cinesi negli Usa

di Silvia Pieraccini


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3' di lettura

Sarà un’edizione strategica, quella di OroArezzo che si apre domani, nella città toscana legata alla tradizione orafa fin dall’epoca etrusca. Sia perché è la prima gestita da Ieg (Italian exhibition group), il colosso fieristico nato dall’unione di Rimini e Vicenza, con cui Arezzo Fiere ha stretto un’alleanza pluriennale; sia perché arriva in una fase di mercato delicata e, al tempo stesso, costellata di aspettative, dopo un 2016 che è stato assai deludente per i produttori di oreficeria e gioielleria (-22% la domanda globale di oro).

Secondo le stime Ieg, il fatturato 2016 dell’industria orafa italiana si è fermato a 7,9 miliardi di euro, di cui 6,5 miliardi all’export (i gioielli in oro, argento e altri metalli preziosi valgono 5,4 miliardi di esportazioni). La bilancia commerciale è risultata in attivo per 3,5 miliardi di euro. Dati sull’andamento dei primi mesi del 2017 ancora non ce ne sono, ma gli ordini aziendali e le condizioni geopolitiche indicano un miglioramento: «I mercati arabi restano i più importanti e si stanno stabilizzando su una domanda accettabile - spiega Andrea Boldi, presidente di Arezzo Fiere e imprenditore orafo - anche se, finché non sarà recuperato il mercato libico, mancherà sempre il 20-25%. Più dinamici sono gli Stati Uniti, anche se qui aleggia lo spettro dei dazi e la domanda, concentrata su prodotti a più alto valore aggiunto, si sta parcellizzando». Gli ordini-spezzatino, ormai diffusi in vari comparti della moda, potrebbero favorire le imprese orafe italiane rispetto ai competitor turchi e cinesi abituati a produrre grandi quantità, spiega Boldi, aumentandone la forza contrattuale e trasformandole da semplici fasonisti in brand artigianali con un’offerta creativa. Il rovescio della medaglia è la difficoltà a gestire tanti piccoli ordini, e dunque la necessità di un’adeguata organizzazione

«Il mercato sta andando meglio dell’anno scorso - conferma Corrado Facco, direttore generale di Ieg -: l’indice di fiducia dei consumatori è in ripresa e l’alto di gamma sta ripartendo anche in Cina. Non ci aspettiamo un 2017 sfavillante, ma tre quarti delle aree del pianeta sembrano dare segnali di miglioramento». Fiduciosa si dice Giordana Giordini, presidente degli orafi di Confindustria Toscana Sud: «Siamo sempre col fiato sospeso per la volatilità del prezzo dell’oro, il cambio euro-dollaro, l’andamento delle quotazioni del petrolio e l’instabilità generale dei mercati, ma siamo pronti a rimboccarci le maniche e a spingere su creatività e artigianalità».

Intanto OroArezzo comincia a mostrare la sua nuova impronta, sempre più focalizzata sull’offerta made in Italy: con 640 espositori per il 97% italiani, di cui una 50ina di produttori di macchinari e stampanti 3D e 20mila mq di spazi espositivi esauriti. «OroArezzo sarà sempre più un appuntamento concentrato sul made in Italy - dice Facco - che mette in mostra l’unbranded di qualità, zoccolo duro della manifattura italiana». Un’industria (10mila imprese e 40mila addetti) leader in Europa per produzione e creatività che reclama attenzione, tanto che domani Ieg e Confindustria Federorafi presenteranno un dossier al presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, ad Arezzo per l’inaugurazione della fiera. «Grazie all’accordo con Ieg e al coordinamento del calendario delle fiere orafe - sottolinea Boldi, artefice dell’intesa che ha sollevato polemiche - le aziende orafe possono programmare su base annua le manifestazioni a cui partecipare, e avere coordinamento e aiuto per presidiare i mercati esteri».

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