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Orsina: «Dalle macerie di quell’epoca è ora di ricostruire la buona politica»

Lo storico, direttore della Luiss School of Government: da allora si è diffusa l’idea che della politica si possa fare a meno. Un grave errore

di Riccardo Ferrazza

Mario Chiesa e Bettino Craxi (Ansa)

4' di lettura

La lunga stagione dell’antipolitica inaugurata dai drammatici giorni del ’92 con le inchieste di Mani pulite e l’emergere di Tangentopoli ha lasciato un cumulo di macerie. È invece ora di ripartire dalla buona politica che ha bisogno di tempi e risorse per potersi ristrutturare. Lo storico e politologo Giovanni Orsina, direttore della Luiss School of Government, ricostruisce in quest’intervista i fattori e il clima che portarono alla deflagrazione della Prima Repubblica con effetti ancora evidenti sul nostro sistema a trent’anni di distanza. Analisi sviluppata nel suo libro appena pubblicato dal titolo «Una democrazia eccentrica» (Rubettino).

Professore, quale fu il «concorso singolare di circostanze» che portò alla crisi del sistema italiano a partire da quel 17 febbraio 1992?

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Dietro c’è una rottura storica legata a trasformazioni che non erano soltanto italiane. La politica non è in crisi soltanto in Italia ma in tutto il mondo occidentale, almeno dagli anni ’70. Si assiste alla fine del Novecento, il grande secolo dell'ubriacatura di politica, l’epoca dei totalitarismi e del welfare state. Una crisi innescata dal declino del sistema sovietico e la fine del comunismo che sarà sancita nell’89 ma comincia molto prima.

E l’Italia?

Fino a quel momento tutto si reggeva su due elementi: un sistema bloccato e una spesa pubblica usata come strumento di ricomposizione di conflitti in epoca di guerra fredda. Con l’89 salta il primo tassello, con lo stringersi dei vincoli di Maastricht nel ’92 viene meno il secondo. Il sistema istituzionale sopravvive, quello dei partiti no.

Qual è il bilancio di quella stagione?

Largamente negativo. Si generarono spinta ed emozioni anti-politiche fortissime, con l’idea che della politica si possa fare a meno. La Seconda Repubblica che prenderà forma dal ’94 si baserà su due interpretazioni dell’antipolitica: da un lato quella berlusconiana che ritiene che il Paese debba essere messo nelle mani degli imprenditori; dall’altra quella della sinistra con l’idea della moralità in politica, spesso certificata dai magistrati. L’idea cioè che basti l’onestà perché tutto si risolva.

Non è la stessa idea dietro l’ascesa del Movimento 5 Stelle?

Il Movimento 5 Stelle emerge prendendo tutti i temi della retorica anti-berlusconiana e dell’antipolitica moralistica per rivolgerli contro la sinistra stessa. È chiaro che così il sistema non può funzionare.

Dopo la svolta istituzionale dei Cinque stelle, qual è ora il contenitore dell’antipolitica?

Non c’è. Quello che rimane è un cumulo di macerie. L’antipolitica, quando va al governo si fa politica. È la stessa parabola di Berlusconi. Ma è l’identica storia dei magistrati in politica, come nel caso di Antonio Di Pietro: se entri in politica ti trovi ad avere a che fare con un sistema di compromessi e mediazioni, cioè ti ritrovi nei limiti oggettivi del fare dell’attività politica. E il Movimento 5 Stelle è semplicemente l’ultimo ad avere fatto questa esperienza. Solo che l’elettore che ha memoria a un certo punto si scoccia e non crede più in questo sogno che finisce sempre male.

La bandiera dell’antipolitica è ammainata?

Ora è nelle mani di movimenti come Fratelli d’Italia e Lega, guidati da politici di professione che non hanno fatto altro nella vita e non sono antipolitici ma si propongono di restaurare la politica. punto sul quale Matteo Salvini è più ambiguo, mentre Giorgia Meloni si presenta come la quintessenza della politica. Che la proposta sia in grado di funzionare è un altro paio di maniche. In ogni modo per prendere forma la politica ha bisogno di tempo.

E anche di risorse economiche. Un punto dolente dopo la cancellazione del sostegno pubblico.

Si è diffusa l’idea che la politica debba essere gratuita: idea letteralmente demenziale. La politica è una funzione di un corpo sociale e come tale va pagata. La formazione di una classe politica richiede anni, istituzioni e appunto soldi. Certo, è un sistema che rischia di degenerare e di trasformarsi in casta ma la gestione di tutte le cose umane consiste nel trovare un equilibrio. Sfasciare tutto comporta però la cancellazione di luoghi di formazione politica. Siccome la politica ha bisogno di soldi se li va a cercare altrove e spesso non è pulita. Come accaduto per il taglio dei parlamentari, si è trattato di un intervento fatto in omaggio all’atmosfera dell’antipolitica. Ci siamo sparati nei piedi e per di più in un momento di clima internazionale pessimo in cui ci sarebbe bisogno di buona politica.

Il Pnrr può essere un riscatto per la politica?

Direi di no: la gestione è affidata a un governo tecnico e non c’è una vera paternità politica. L’Europa in tutta questa vicenda è stata involontariamente un fattore di delegittimazione della classe politica: ai tempi di Maastricht, agli inizi di quel 1992, il messaggio che viene recapitato agli italiani è stato che di Roma non ci sarà più bisogno perché il Paese sarà governato da Bruxelles. C’è un’idea di perdita del potere della politica che fa sì che il Paese possa spensieratamente immaginare di farne a meno. Un errore madornale.

Un atteggiamento che si ritrova anche nella seconda Repubblica?

Non è un caso che il Movimento 5 Stelle esploda alle elezioni politiche del 2013 dopo un anno e mezzo di governo tecnico di Mario Monti che aveva dato un segnale molto forte di fallimento della politica.

Il governo Draghi avrà lo stesso effetto?

No, per vari motivi: il contesto storico è molto diverso, Draghi non è Monti e non c’è più l’austerity ma soldi da spendere. Ma è evidente che il segnale che arriva dalla politica non è certo di forza.

È un caso che in queste ore la Consulta sia chiamata a esprimersi su quesiti referendari che riguardano proprio la giustizia?

Assolutamente no. La politica non aveva la forza di autoriformarsi e quindi all'inizio degli anni ’90 viene riformata a colpo di referendum. Oggi la politica è talmente debole e la magistratura è talmente forte che la politica non ha la capacità di riformare la magistratura. Così torniamo ai referendum. Ma con una differenza sostanziale: trenti anni fa il Paese era molto convinto, coinvolto e carico. Adesso gli italiani sono delusi. Le probabilità che questi referendum non raggiungano il quorum sono molto alte, soprattutto perché non ci sarà il quesito sull'eutanasia che poteva fare da traino.

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